| Greg Burk Quintet | | Berlin Bright |
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Soul Note, 121403-2 – 2007
Greg Burk: piano
Ignaz Dinnè: sax alto, soprano
Jonathan Robinson: contrabbasso
Andrea Marcelli: batteria

Mezzo italiano da parte di madre, Burk vive un rapporto idilliaco con il nostro paese: due anni fa’ si è trasferito stabilmente a Roma e nel 2007 è uscito “Berlin Bright”, il suo terzo disco con la Soul Note.
Il titolo allude ad un gioco di parole che mescola insieme un’espressione dello slang jazzistico ( “burnin’ bright” indica un’interazione molto intensa tra i musicisti) ed il riferimento all’effervescente metropoli tedesca in cui è avvenuto l’incontro tra il pianista americano ed i suoi compagni d’avventura. Robinson è partner abituale di Burk con il quale ha suonato nei precedenti lavori con la Soul Note (“Checking In” del 2002 e “Carpe Momentum” del 2004); Marcelli (originario di Frosinone) è giunto a Berlino nel 2001 dopo un lungo periodo a Los Angeles ed ha accompagnato, tra i tanti, Wayne Shorter, Bob Mintzer, Mike Stern, David Liebman, Ralph Towner, Allan Holdsworth); Dinnè, conclusi studi prestigiosi alla Berklee e al Thelonious Monk Institute of Jazz, si è guadagnato i gradi sul campo suonando con Herbie Hancock, Jackie McLean, Wynton Marsalis, Ron Carter, Barry Harris, Bobby Watson.
Il quartetto si muove con disinvoltura tra tonalità e modalità, nel solco della tradizione ma con qualche guizzo di originalità. “Fancy Pants” inizia con un allegro temino all’unisono per sfociare in un “caos organizzato” d’effetto; “The Invisibile Child” intrattiene una “liaison dangereuse” con il modello coltraniano, con pedali belli tesi sui quali Dinnè si lancia come un’acrobata senza rete. Bella e dolente come quei bei blues con cui Art Pepper soleva mettersi “a nudo”, “Back Home” lascia in bocca lo stesso retrogusto dolce-amaro. Dal suo maestro Paul Bley, con il quale ha duettato in “Conversations on 88 Keys”, Burk estrapola alcuni felici spunti che gli servono per rendere interessante “Zoo for Two”.
Lucidissimi e coesi, i quattro non si impantanano mai e si prendono i loro rischi, suonando sempre con grande intensità e spirito cooperativo (ognuno di loro ha contribuito con le proprie composizioni alla creazione di un repertorio interamente originale), senza protagonismi. E’ proprio questo piacevolissimo interplay a dare una solida impronta al disco che pare uscito da un’unica penna. Buone individualità che mettono al primo posto il collettivo. E la buona musica.
Roberto De Virtis - Jazz Convention Year 2008