
Nauplia
Da leggere, ascoltando: “Scalinatella” di De Vito-Marcotulli.
Da leggere, bevendo: un bicchiere di Gewürztraminer.
Napoli. Era da un po’ di tempo che non ritornavo qui. La casa è uguale a come l’avevo lasciata. Viverci ora sarebbe un sacrificio ma gli odori sono quelli che ricordavo da bambina. C’è un eco ridondante in queste stanze vuote, c’è la luce che spolvera il tempo assente sedimentatosi su mobili e pavimento. C’è il via vai di gente a pochi sguardi oltre il davanzale e i rumori che attraversano i vetri chiusi delle finestre sono sempre quelli: tracotanti come trombe in un’orchestra sinfonica. Salivo e scendevo cento volte al giorno queste scale aperte e nella corte interna del palazzo era tutto un gioco di bambini, pianti di neonati, urla di madri, inciuci e porzioni di cibo che emigravano da una casa all’altra. Ecco qua, è tornata un’altra notte. Fiume senza sponde, vento, onda che si infrange e non bagna, seta che avvolge ma non stringe. Buio. Come quando salivo a Montedidio, non vorrei sbagliare sto digiuna e questa fame mi acceca e mi fa impazzire. Mi succede ogni volta che m’innamoro che si ubriacano i pensieri e voglio fuggire. Ho aperto gli occhi e ho rivisto i volti degli amanti fanciulli che mi corteggiavano da un pianerottolo all’altro, una felicità che non mi faceva paura. Ed ora è solo canto. Imprecazione di un cammino incosciente. Quello che non capisco, improvviso. E i suoni che ho dentro, con le immagini che riaffiorano, si mischiano come i pastori di creta sulle bancarelle a San Biagio dei Librai. L’odore del mare sale su per i vicoli e certe emozioni non ti lasciano più. Non è più tempo di cantare nonna-nonna, di raccontare cento storie finte sotto uno spicchio di luna. Non so che farmene di queste notti che finiscono male. Ora sento la voglia adulta di amore. Abbandono le scarpe per sentire il calore della terra e a piedi nudi, attraverso il tempo che rimane perché ho voglia di verità. Scalza con questo dolore nel cuore mi sento trafitta da un pensiero. Mi uccide averlo lasciato a metà strada tra la luna e il mare dimenticando, ignorando, fottendomene, di quanto possa essere labile il gioco dell’amore. E a quelli che mi dicevano: «sbagli» io rispondevo: «non è vero». Per me che avevo solo voglia di imparare a dipinge la luna oggi capisco che quando arriva il momento non c’è nessuno disposto a darti quel bene che non hai voluto dare. E così scendo le scale per ritornare in strada. Voglio lasciarmi bombardare dal suono dei vicoli e ricordare, ricordare, ricordare ogni cosa. Sono morta cento volte e sono rinata ieri con la stessa smania di suonare la vita. Postano. Oggi. Giro e rigiro addò me ne voglio ì t’o ddico e crireme; addò se ne po’ ‘gghì chi è stanco ‘e chiangere?