Del bop e altre storie minime
(presentazione della rubrica)
 

1945. Tutto quello che si può raccontare di una sera seduti fra tavoli e piante di limoni con il mare di fronte e le montagne alle spalle, è la memoria che sopravvive ad una sbornia. Generalmente nulla. Sopravvivono le emozioni, ma scompaiono i volti. Vive la musica e il delicato sapore di quel nettare fresco che scende al ritmo di swing. Terzine di sorsi su note americane. Bella storia.
Sbarcarono come formiche un po’ dovunque sulla nostra costa e alloggiavano nel comando allestito nell’ex pastificio di Amalfi. Un via vai di gente. Un via vai di belle signore. Tutto il giorno, con il sole che si rifletteva nel mare e lentamente calva verso la sera. Ci incontrammo in un bar, con tutte queste belle signorine che giravano intorno. Noi facevamo la musica di sempre, con chitarre e mandolini e lui, da un angolo, improvvisava con il suo sassofono. Una coppa dorata, un calice dal quale saggiare nuove armonie. Lo invitai a bere un sorso di rosso, scambiando così i nostri calici. Per la prima volta le mie dita si posarono su quei tasti di madreperla e, la mia bocca, soffiò in un sax. Ma non né uscì niente… solo frastuono. A Napoli avevo ascoltato un blues. L’orchestrina locale lo chiamava: «La tristezza di San Luigi». Lo chiamava così perché Mussolini aveva vietato di suonare roba che non fosse italiana, ma in realtà era «Sant Louis Blues». Lo strimpellai sulla chitarra. Ma Daniel – questo il nome del sott’ufficiale americano che conobbi quella sera al bar – sorrise e cominciò a soffiare nella sua coppa piaggiando i tasti a velocità stratosferica. Tutto si fermò intorno a noi. Lo stupore si leggeva facile sui volti. Nessuno di noi capiva cosa stesse facendo. Non era assolutamente musica. Non lo era per le nostre orecchie.
1951. Sono andato a New York a trovare il mio amico americano. Lì, fra la quinta e la settima, soffiano nei sassofoni e pigiano i tasti più velocemente di quella sera del ’45 al bar. Lo chiamano be-bop. Io già lo conosco. Ho portato il mio mandolino, ma non mi servirà. In America Daniel, mi chiese di portare un po’ di quel vinello fresco e qualche limone grande come una noce di cocco. Io sono qui, davanti a questo posto che si chiama Minto’s play hous, con una damigiana di vino, una busta di limoni e questo fottutissimo mandolino che tutti mi invidiano. «E’ arrivato l’italiano», sentii alle mie spalle. Quello che è successo poi, non lo ricordo più. Tutto quello che si può raccontare di una sera seduti fra tavoli e jazzisti con Parker, Monk e Gillespie che ti suonano di fronte e una bella bionda che ti massaggia le spalle, è la memoria che sopravvive ad una sbornia. Generalmente nulla. Sopravvivono le emozioni, ma scompaiono i volti. Vive la musica e il delicato sapore di quel nettare fresco che scende al ritmo di swing. Terzine di sorsi su note americane. Brutta storia. Avrei voluto vivermela un po’ di più.
2005. Tutto è cambiato. Ma il vino e la musica hanno sempre lo stesso sapore. Non c’è più nessuno di quelli di allora. Neanche io, forse. Ma restano le storie, minime, del be-bop.

Da leggere, ascoltando: Io inizierei con “Lover Man” di Parker, ma andrebbe bene qualsiasi cosa be-bop, almeno uno inizia a capire in quale delirio di parole e pensieri questa rubrica vuole andare a parare.

Da leggere, bevendo: Ovviamente vino. Meglio se è campano. Non vi indico una scelta precisa perché da un paio di anni, mi sembra, che tutti capiscano di vino e allora… Se poi vi va di bere quello che quando ho soldi ordino al ristorante, provate un “Naima” di De Concilis.

Ernesto D'Angelo - Jazz Convention Year 2005