Summertime e i 20 anni della Casa del Jazz

Roma, Casa del Jazz – 6.6/7.8.2025

Foto: Luca Labrini

Quest’anno la Casa del Jazz ha festeggiato un compleanno particolarmente importante, i suoi primi 20 anni di attività durante i quali è diventata sempre più un riferimento per gli appassionati attraverso concerti, pubblicazioni, registrazioni di dischi, incontri e iniziative di vario genere. Per festeggiarlo nel migliore dei modi, l’apertura è stata affidata alla ricomposizione di un quintetto nato nel 1998 in occasione del decennale della scomparsa di Chet Baker. Una formazione che vede presenti le tre stelle più brillanti e note, allora come adesso, del jazz nostrano, e senza sorprese ha fatto registrare i primi due pienoni della stagione. Padrone di casa è ancora un ispirato Enrico Rava per un dialogo costante con l’altra tromba e flicorno di Paolo Fresu, il tutto arricchito dai ricami di un rispettoso Stefano Bollani e una ritmica collaudata composta da Pietropaoli e Gatto. Un repertorio che riprende i temi cari a Chet Baker e che rispecchia il disco inciso dai cinque nel 1999 in cui spiccano gli standard tanto amati dal trombettista americano, da My Funny Valentine a Line For Lions e i due bei brani finali in omaggio a Sonny Rollins, Doxy e Oleo, con cui si chiude la serata davvero unica.
Non poteva esserci inaugurazione migliore e più rappresentativa di un ricco cartellone che nuovamente si è rivelato all’altezza delle aspettative. Tanti i sassofonisti tenori americani che hanno caratterizzato il jazz degli ultimi quarant’anni, a partire dal ritorno dopo diversi anni di Bradford Marsalis, qui a capo del suo classico e fidato quartetto con cui ha realizzato l’ultimo suo lavoro per l’etichetta Blue Note, dedicato al quartetto europeo di Keith Jarrett, e presentato dal vivo a luglio nella tappa romana della sua tournée. Le composizioni che hanno segnato il primo periodo del pianista degli anni 70, e il suono inconfondibile della ECM, sono rilette con un approccio più bop e sostenuto fin dal brillante avvio con una splendida versione di The Windup. Il suono di Marsalis è estremamente diverso rispetto a quello più freddo di Garbarek, così come il suono di Calderazzo è distante notevolmente da Jarrett ed è bene così: nessuna sorta di emulazione, ma un repertorio comune per esprimere ognuno la propria personalità che via via si fa sempre più evidente con il proseguo della serata, in cui nel bis finale di It Don’t Mean A Thing di Ellington Marsalis ha ancora più marcato il sound della sua New Orleans.
Della produzione più recente della ECM spiccano anche i due album realizzati dal trio polacco di Marcin Wasilewski con l’aggiunta del veterano sassofonista americano Joe Lovano. E sono proprio i brani racchiusi nell’ultimo album, Homage, che i quattro hanno presentato in un concerto aperto dalla classica composizione di Lovano Fort Worth. La libera improvvisazione del sassofonista trova un’ottima spalla nel trio che negli anni passati ha meritato un plauso nei lavori con Stanko, in una interazione di gruppo davvero notevole. Una musica complessa e non immediata, ma che pian piano si è fatta coinvolgente e originale.
Una festa come sempre il ritorno di Joshua Redman, molto amato dal pubblico accorso numeroso anche in questa occasione. Accompagnato da tre giovani ma validi musicisti, anche qui l’occasione è la presentazione dal vivo del nuovo album inciso per la Blue Note. Grande sfoggio di tecnica e musicalità al solito la fanno da padrona in lunghi assoli e virtuosismi che caratterizzano la musica di Redman in cui mancano però i bei temi cantabili e che alla lunga fatica ad entusiasmare, cosa che avviene di contro quando sul palco viene chiamato il batterista, e suo fidato sodale, Gregory Hutchinson e dove finalmente viene proposto uno standard, Remember di Irving Berlin, in un sound vigoroso che riporta alla mente il giovane Redman.
Concetti simili anche per il concerto di Dave Holland, inizialmente previsto in quartetto poi ridotto ad un trio per l’assenza di Kevin Eubanks. Anche qui protagonista diviene il sassofono tenore di Chris Potter in torrenziali monologhi che proprio non emozionano: una valanga di note che travolgono in un ascolto troppo monocorde dove cose migliori si sono sentite quando Porter finalmente ha variato suonando il clarinetto basso e il soprano, con un Holland comunque fin troppo sacrificato.
Non stupisce come le cose più interessanti le abbia fatte sentire l’ancor giovane sassofonista di Chicago Isaiah Collier, per la prima volta in Europa con la sua formazione The Chosen Few. Accompagnato dalle meritevoli Liya Grigoryan al piano e Emma Dayhuff al contrabbasso, e dalla ruspante batteria di Tim Regis, Collier strizza l’occhio al bop vigoroso degli anni 60 piuttosto che al jazz più spirituale tanto di moda negli ultimi anni. Un concerto che parte subito potente con la sua The Time Is Now mantenendosi travolgente per l’intera serata: il suono ricco e potente del leader trascina i suoi compagni di palco in una musica anche politica e militante che guarda il passato ma anche all’attualità. Un ottimo presagio a quella che potrebbe diventare una delle figure di spicco del jazz internazionale.
Senza sorprese, ma grande classe per il ritorno del trio Mare Nostrum, formato da Paolo Fresu, Richard Galliano, e Jan Lundgren. Arrivati al quarto capitolo discografico, i tre hanno come punto di forza il finissimo interplay ormai consolidato in un repertorio che negli anni è diventato davvero vasto che porta sia le firme dei tre e sia le riproposizioni di brani che hanno caratterizzato la loro formazione musicale. Così si passa da Monteverdi a Charles Trenet fino ai brani originali con grande naturalezza ed eleganza dove a spiccare è soprattutto la bellezza di una musica di alto livello.
Il ritorno a distanza di un anno, ma con un progetto diverso, di Meshell Ndegeocello lascia ancora una volta non del tutto soddisfatti. Qui la poliedrica musicista torna a suonare il basso elettrico per il suo omaggio al poeta e attivista americano James Baldwin nel centenario della nascita, in cui fonde soul, blues e folk affrontando temi che vanno dalla religione alla razza leggendo anche versi tratti dalle opere di Baldwin, per un’opera coraggiosa che però non riesce a convincere a fondo.
Nota di merito infine per il nuovo lavoro del talentuoso trombettista Ambrose Akinmusire che per l’occasione si fa accompagnare anche dal vivo dal suo quartetto e da una sezione d’archi: il contrasto funziona davvero a meraviglia, incantando gli spettatori in una atmosfera sublime che intreccia vari stili e linguaggi, in cui l’unico neo è rappresentato dal fatto che il trombettista rimanga troppo nell’ombra, sovrastato spesso dalla voce del cantante Kokayi. Un linguaggio musicale intimo che rapisce e trascende dai diversi generi con grande armonia.

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