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Jazz Convention: Pippo Matino, la tua carriera è segnata dalla scelta coraggiosa di essere un leader, un band-manager e un compositore prolifico. Come mai questa decisione, soprattutto in un contesto difficile come quello italiano?
Pippo Matino: Ho sempre gestito i miei gruppi. Diciamo che negli ultimi 25-30 anni ho preferito fare questa scelta, che so essere molto coraggiosa in Italia. Implica non solo guidare le formazioni, ma anche fare da manager per me stesso, un doppio lavoro che svolgo tuttora. Non è semplice, ma è estremamente gratificante: ho registrato 14 dischi a mio nome come leader o co-leader, e tutte le composizioni sono mie. Mi considero un compositore piuttosto prolifico. Il lavoro di sideman e di turnista mi piace e l’ho fatto, ma meno rispetto al ruolo di leader. Ho preso diverse decisioni in tal senso, arrivando a rifiutare collaborazioni importanti, anche in Rai, per privilegiare magari dieci concerti a Parigi che mi gratificavano di più. Questo ha inevitabilmente portato altri bassisti a prendere il mio posto nei circuiti da sideman – il che è giusto. Adoro suonare per altri e con altri, perché è un lavoro diverso, ma la mia strada principale è stata quella del leader. Ho fatto entrambe le cose finché mi è stato possibile.
JC: Essendo tu di Portici, nelle tue composizioni si percepiscono influenze mediterranee. Quanto sono intenzionali e quanto sono un elemento naturale del tuo linguaggio musicale?
PM: Le influenze mediterranee e di Napoli sono abbastanza evidenti nelle mie musiche, e ne sono felice, soprattutto perché sono naturali, non forzate. Spesso si tende a “forzare” l’accento napoletano in musica, e questo secondo me è sbagliato. Quello che mi piace del mio genere è che, pur suonando musica americana – jazz, fusion, jazz-rock – l’influenza del Sud è presente in modo organico. Ne è un esempio calzante il mio pezzo più famoso, “Bass Song for Napoli” (dal mio primo disco Bassa Tensione), che ritengo un brano basato proprio su quel sapore napoletano. Anche quando suono altro, amo replicare il suono del mandolino al basso elettrico. Le mie radici si sentono, e sono orgoglioso che si avvertano e che questo venga percepito.
JC: Oltre all’attività di composizione e leader, stai portando avanti progetti focalizzati sullo studio del basso solo e sugli arrangiamenti.
PM: Sì, attualmente sto studiando a casa da solo, creando un repertorio per basso solista. Ultimamente mi dedico all’arrangiamento di brani pop per solo basso, cercando di includere contemporaneamente melodia, armonia e linea di basso. È un lavoro complesso che sta diventando una sorta di “canzoniere del basso”.
Questa ricerca si riflette anche in progetti come il Bass Voice Project con la cantante Silvia Barba (tre dischi e molti concerti all’attivo). Lì gestisco e arrangio tutti i brani per basso e voce. Ma amo anche suonare in trio – con chitarra o con i fiati – o in formazioni piano-less come il mio Jazz Team. C’è sempre un’idea e un ruolo ben definito per ogni band.
JC: Sei noto per i tuoi tributi a grandi artisti. In particolare, il progetto su Lucio Dalla (con Bass Voice Project) e quello su Joe Zawinul. Qual è il fil rouge che ti lega a questi musicisti?
PM: Il progetto su Lucio Dalla con Silvia Barba è stata una cosa che abbiamo fatto insieme. Personalmente non avrei mai pensato di tributare Dalla. Joe Zawinul, invece, è tutt’altra storia.
Joe Zawinul è il musicista che più mi ha influenzato e che più amo. È stato fondamentale per me, uno dei pochi che mi abbia emozionato. Amo le sue composizioni, il suo playing, il suo modo di gestire la band. A lui ho dedicato ben due dischi – uno in studio e un doppio live registrato alla Casa del Jazz – oltre a innumerevoli concerti. In questi progetti ho sempre coinvolto musicisti che avevano suonato con lui, come il batterista Roger Biwand e il chitarrista/cantante indiano Amit Chatterjee (che ho conosciuto per caso a New York), o musicisti a lui vicini come Javier Girotto o Antonello Salis.
JC: Il tuo nuovo progetto, “Basmat Collective”, è una formazione estemporanea che ha dato vita a un disco quasi interamente improvvisato. Ci racconti la genesi di questo lavoro e le sfide produttive?
PM: La genesi è stata, diciamo, il caos della mia vita, ma i “colori e fiori” sono la parte migliore di questo momento! Ero in studio per registrare un altro disco, un trio con la produttrice Alessandra D’Andrea e Orazio Hernandez alla batteria. Registrato quel lavoro (che tra l’altro non so se uscirà mai), chiesi ad Alessandra di fare un altro disco in quell’ultima giornata disponibile, visto che Orazio era già presente. Ho coinvolto Giovanni Imparato alle percussioni e voce e abbiamo chiamato Alex Sipiagin alla tromba. Abbiamo registrato tutto un pomeriggio in uno studio di Roma, improvvisando completamente, tranne tre brani miei (due dei quali sono finiti nel disco, insieme a “Song for Sonny” di Sonny Rollins). Il disco è il frutto delle improvvisazioni riuscite. Suonare liberamente con musicisti di questo calibro è possibile perché hanno tutti un senso della misura e un’esperienza incredibile. Le sfide sono arrivate dopo. Musicalmente, il disco è stato registrato in due ore, ma ho avuto la fortuna di incontrare Fausto Di Berardino che si è proposto come co-produttore. Abbiamo missato l’album insieme e lui l’ha stampato con la sua etichetta. Abbiamo optato per una pen drive anziché il CD, perché, come sai, ormai “non se lo compra più nessuno”. Non è una scelta economica come un CD, ma è più attuale. Ci tengo a ringraziare le produttrici che hanno investito nei miei dischi. Il problema è che i dischi non si fanno più perché non si vendono più. Non esistono etichette che investono su lavori del genere. Per un disco di questo livello, se vuoi pagare musicisti, studio e tutte le spese, parliamo di migliaia di euro. Ho sempre investito molto nei miei lavori, scegliendo musicisti super e coerenti con il progetto.
JC: Passando alla tecnica, quali sono gli effetti che usi più frequentemente e che ruolo ha il basso fretless nella tua musica?
PM: Uso sempre gli effetti che utilizzo da tanti anni: Chorus, Reverb e Octaver. Questi tre colori sono fondamentali per la mia musica, sia in solo che in quartetto. L’Octaver mi serve per incalzare le ritmiche e per ingrossare il suono, è parte integrante del groove. Il Chorus e il Reverb, invece, li uso per i brani in solo, per gli accordi e per creare situazioni più romantiche.
Sono un tradizionalista: uso il basso a quattro corde con i tasti. Per quanto riguarda il fretless, l’ho suonato secoli fa, ma sono venti o trent’anni che non lo uso più. La mia decisione ricalca un po’ l’insegnamento del mio maestro, Jeff Berlin, il quale smise di suonarlo perché “puzzava troppo di Pastorius”. Anch’io l’ho accantonato, pur riconoscendo che è uno strumento bellissimo.
A proposito di strumenti, sono un endorser storico di Markbass. Ricordo ancora quando Marco De Virgiliis, prima che fosse famoso, mi venne a prendere col furgone per andare a una fiera a Palermo. Ho assistito alla sua escalation internazionale e ho un sodalizio molto importante con lui. Uso Markbass per la leggerezza degli strumenti e la qualità del suono.
A proposito di Conservatorio: qual è il tuo approccio all’insegnamento del Pop/Rock, in particolare su temi come l’armonia e il solismo?
È una cosa molto gratificante. Credo che il bassista moderno debba conoscere l’armonia come un pianista o un chitarrista. Insegno Pop/Rock in Conservatorio e chiedo ai miei allievi di leggere la partitura meglio di me. Devono essere ottimi lettori, in grado di interpretare bene le partiture e di padroneggiare il basso a 4 o 5 corde, richiesto nel pop. Saper fare questo è già un grande risultato. Il solismo e l’improvvisazione sono un’altra questione. Insegnare improvvisazione è una grande responsabilità, e non esiste una “bacchetta magica” per impararla. Bisogna conoscere le basi (accordi, arpeggi, note), ma poi sta al talento e alla sensibilità del musicista mettere le note giuste.
JC: Qual è la tua speranza per il futuro della musica, considerando la crisi del supporto fisico e i cambiamenti nel mercato?
PM: Il problema principale è che i dischi non si fanno più perché non si vendono più. Onestamente non so se farò un altro disco nei prossimi due anni. Mi sto concentrando molto sui video. Forse la strada è quella di produrre video di alta qualità, perché ormai la gente vuole vedere oltre che sentire. Ovviamente, fare i video da casa è a costo zero, ma si rischia di perdere l’esperienza del palco e della registrazione professionale. Consiglio sempre ai miei allievi di fare un disco, perché è un’esperienza allucinante e completa, dalla composizione al mastering. Chi non l’ha mai fatto deve provarci. Oggi la musica rischia di andare a rotoli perché molta roba si perde per strada e i giovani fanno fatica a esprimersi. Ma un musicista del nostro livello non deve mai perdere il sogno. Se perdi la voglia di fare un disco, di suonare con un certo musicista, di scrivere un bel pezzo, allora è finita. Bisogna mantenere vivo il sogno di suonare ovunque, anche al soundcheck o all’autogrill, perché se lo perdi, perdi tutto.
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