Emiliano D’Auria The Baggage Room Vol. 2 – Meanwhile

Emiliano D’Auria: pianoforte
Philip Dizack: tromba,
Dayna Stephens: sax tenore
Jacopo Ferrazza: contrabbasso
Kush Abadey: batteria

Via Veneto Jazz – 2025

Gli echi e le brume scandinave sono lontani. Emiliano D’Auria ha attraversato l’Atlantico. Il suo Rubicone è un oceano e la sua Roma è New York. È li che ha puntato sia con il suo bel disco precedente The Baggage Room che per il secondo volume di questa sua storia tutta americana che assieme al nome del progetto associa il titolo meanwhile. Il quintetto americano, vede lui e Jacopo Ferrazza come unici italiani. Gli altri sono Philip Dizack alla tromba, Dayna Stephens al sax tenore e Kush Abadey alla batteria. The Baggage Room è la stanza di Ellis Island dove gli immigrati deponevano le loro valige in attesa di essere o no accettati nel nuovo mondo. D’Auria ricostruisce nei ricordi, anche personali, cosa vuol dire essere immigrati. L’America dell’epica coppoliana, della visione realistico sognata di Sergio Leone, delle musiche di Rota e Morricone, hanno lavorato nell’immaginario di D’Auria e ispirandolo nella stesura di dieci degli undici brani del disco. Meanwhile, senza alcun dubbio, è uno dei più bei dischi italiani del 2025. D’Auria è andato a lavorare, ad agire, tra le pieghe di un moderno mainstream, più aperto, melodico, con accenni, mai dimenticati, di europeismo nordico tra gli arrangiamenti e nelle atmosfere. Tromba e sax lavorano e dialogano all’unisono in perfetto equilibrio dialogico (Distance), così come la base ritmica perfetta e tempestiva in ogni singolo passaggio temporale. D’Auria è cresciuto e sperimenta, ha plasmato la musica seguendo la sua sensibilità narrativa. Ha trasformato i ricordi e l’osservazione in suono, sfiorando riferimenti tecnici, come negli accenni shorteriani di Savoring Life’s Journey, senza farne di loro materia di riferimento continuo. Sono degli spunti che vanno ad agire nella costruzione complessiva del progetto che lo vede dirigere con mano ferma, sicura e soprattutto coinvolgente. Non bisogna fermarsi al primo ascolto ma coltivarne la fascinazione musicale attraverso più riprese che sicuramente riserveranno soprese e nuove riflessioni d’ascolto. Echoes of the Past è la legittima chiusura, forse freudiana, di un passato che si è fatto musica.


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