Backlash of Uncertainty, il nuovo disco di Lorenzo De Finti

Foto: la copertina del disco

Abbiamo incontrato il pianista svizzero “naturalizzato” milanese per farci raccontare il uso percorso artistico e Backlash of Uncertainty, un disco interessante e di spessore che certifica l’evoluzione di un musicista e un quartetto sempre alla ricerca di nuove forme di espressività sonora.

Jazz Convention: La rivista inglese Jazz Views ti ha definito il link mancante tra Bill Evans, Keith Jarrett e gli E.S.T. Ti riconosci in quella definizione e quanto c’è di loro nella tua musica?
Lorenzo De Finti: È una definizione che mi ha fatto molto piacere, anche se la prendo con una certa cautela e con molto timore. Parliamo di tre riferimenti enormi, ciascuno con un peso storico e musicale fortissimo. Se però provo a leggerla non come una somma di influenze, ma come una direzione, allora sì, posso riconoscermi in quel collegamento. Bill Evans è stato fondamentale per il mio rapporto con l’armonia, con il lirismo e con l’idea di un pianismo che non è mai decorativo, ma strutturale: molti dei suoi voicing ripropongono schemi armonici pianistici dei grandi compositori di fine Ottocento e primo Novecento, e questo mi ha molto influenzato. Keith Jarrett rappresenta per me il coraggio dell’improvvisazione come atto totale, come forma che nasce nel momento stesso in cui viene suonata, senza protezioni, unita a una totale libertà di ispirazione, realmente senza confini. Gli E.S.T., infine, hanno aperto una strada decisiva: dimostrare che si può essere profondamente jazz e allo stesso tempo parlare una lingua contemporanea, energetica, quasi fisica, senza perdere complessità. Adoro la cinematograficità dei loro brani, così densi e totali da ricordare spesso quasi una modalità di preghiera. Detto questo, non ho mai cercato di “stare in mezzo” consapevolmente. Piuttosto, ho cercato di costruire una musica che tenesse insieme scrittura e rischio, lirismo e impatto, cura del suono e libertà formale. Se qualcuno percepisce questo come un anello di congiunzione tra mondi diversi, allora significa che la musica sta comunicando qualcosa di autentico.

JC: Senza dubbio il jazz scandinavo ha influito molto sulla tua maniera di fare musica. Come ti sei avvicinato al loro modo di pensare la musica e suonare jazz?
LDF: Il mio avvicinamento al jazz scandinavo non è stato ideologico, ma istintivo. Da subito mi ha colpito un modo diverso di concepire il tempo, lo spazio e la dinamica. In quella musica ho trovato un’attenzione particolare al silenzio, al respiro, al peso specifico di ogni suono. Più che uno stile, mi ha attratto un modo di pensare: l’idea che la musica possa essere narrativa senza essere descrittiva, emotiva senza essere retorica. C’è spesso una relazione molto forte con il paesaggio, con la luce, con una dimensione quasi fisica del suono, e questo mi ha parlato immediatamente. Non mi sono mai sentito un imitatore di quel mondo, anche perché la mia origine culturale è senza dubbio diversa. Ma ho sentito una grande affinità nel desiderio di costruire atmosfere, di lavorare sui chiaroscuri, di permettere alla musica di prendersi il suo tempo. In questo senso, il jazz scandinavo è stato per me una lente, non un modello da replicare: un nuovo colore per la mia tavolozza sonora.

JC: Tu sei un pianista e compositore svizzero ma risiedi a Milano. C’è un motivo preciso per il quale hai scelto il capoluogo meneghino? Forse perché c’è una fervida scena jazz e si fa anche ricerca?
LDF: Sì, la scelta di Milano è stata tutt’altro che casuale. È una città che, nel bene e nel male, ti costringe a confrontarti continuamente con la realtà: con le persone, con il lavoro, con le idee. Dal punto di vista musicale, offre una scena estremamente viva ed eterogenea, dove convivono tradizione, sperimentazione e contaminazione. Milano è anche una città di passaggio, un crocevia europeo, e questo per me è sempre stato importante. Ho bisogno di sentirmi dentro un flusso, non ai margini. Allo stesso tempo, la mia identità svizzera rimane una parte fondamentale del mio modo di lavorare: nella cura dei dettagli, nel rapporto con il tempo, in una certa etica professionale. In un certo senso, vivere a Milano mi permette di tenere insieme questi due poli: rigore e fermento, struttura e rischio. Ed è esattamente la tensione che cerco anche nella mia musica.

JC: Hai studiato con Sante Palumbo e Gil Goldstein. Poi hai approfondito la tua arte al Berklee College of Music di Boston. Questi sono stati i passi fondamentali nell’approfondire il jazz. Lungo il percorso da te intrapreso quali sono gli altri maestri che sono entrati nella tua carriera e con quali musicisti hai collaborato ricavandone esperienza e cultura musicale?
LDF: Ho sempre pensato ai “maestri” in senso ampio. Palumbo e Goldstein sono stati fondamentali per la mia formazione: il primo per il rigore, la struttura, il mestiere. È suo il consiglio di proseguire parallelamente il corso di pianoforte principale al Conservatorio di Milano, un’avventura entusiasmante sotto la guida di due maestri assoluti come i compianti Remo Gelmini e Alberto Colombo, con cui mi sono laureato.Gil Goldstein, invece, è stato decisivo per l’apertura verso il colore, l’orchestrazione e una visione più ampia della musica, anche grazie al rapporto personale e musicale strettissimo che aveva con Bill Evans. Ho avuto la fortuna di eseguire alcuni suoi arrangiamenti per orchestra sinfonica in Repubblica Ceca insieme al chitarrista Rudy Linka: un’emozione pura. Berklee è stata una palestra durissima ma necessaria, dove ho imparato disciplina, metodo e confronto quotidiano, pur ritenendo oggi quella metodologia in parte superata dal punto di vista didattico. Ma altrettanto importanti sono stati i maestri incontrati suonando. Ogni musicista con cui ho collaborato seriamente mi ha insegnato qualcosa: come ascoltare meglio, come togliere invece di aggiungere, come servire la musica invece del proprio ego. Mi vengono in mente Eric Marienthal, Alex Acuña e il batterista italiano Giorgio Di Tullio, il cui entusiasmo ha acceso la miccia di progetti internazionali importanti. Infine, la vita del quartetto è stata ed è una scuola continua. Il rapporto con Stefano Dall’Ora, co-leader del gruppo e co-autore di tutti i brani, è fatto di scambi continui, riascolti e di una tensione costante a migliorarsi, anche dicendosi le cose in faccia.

JC: I primi tuoi lavori discografici sono dedicati a un certo sperimentalismo elettrico. Stiamo parlando di “Beyond the Desert” (1999), “Groove Connections” (2005) e “Colors of Life” (2013). A un certo punto hai virato verso un jazz più acustico con il disco “We Live Here”. Perché un tale cambiamento?
LDF: Non parlerei di un cambiamento netto, quanto di una necessità evolutiva. In una fase della mia vita avevo bisogno dell’elettrico per esplorare groove, texture e stratificazioni sonore. Era un terreno di ricerca importante, che mi ha permesso di capire molte cose sul suono e sulla produzione musicale. Era poi nella mia natura il mondo elettrico di Chick Corea, Joe Zawinul e dei Weather Report, da cui sono partito, sempre però con il pianoforte al centro del mio universo, data la mia nota avversione alle tastiere, Fender Rhodes escluso. A un certo punto ho sentito il bisogno di togliere, di espormi di più. L’acustico non come scelta estetica, ma come scelta di responsabilità: ogni nota pesa di più, ogni interazione è più evidente, non ci sono filtri. “We Live Here” nasce proprio da questa esigenza di verità sonora. Volevo una musica che stesse in piedi per intenzione, relazione e respiro, esplorando uno spazio che si avvicinasse ai confini della musica da camera contemporanea, in un equilibrio stabile tra suono, spazio ed energia.

JC: “We Live Here” se non sbaglio documenta il tuo primo lavoro con il quartetto formato da Stefano Dall’Ora, Marco Castiglioni e Gendrikson Mena per la Losen Records.
LDF: Esatto. Quel disco rappresenta la nascita di un’identità di gruppo vera e propria. Non era semplicemente un leader con tre sidemen, ma un quartetto che iniziava a respirare come un organismo unico. Con Stefano ho iniziato a collaborare praticamente da adolescente e con Marco si è creata subito una base solidissima, fatta di ascolto reciproco e flessibilità. Ci è stato chiesto spesso perché coinvolgere Gendrikson, spettacolare trombettista cubano fino al midollo, per un genere musicale molto lontano dal suo mondo: è stata una scommessa. Dati il suo suono e la sua musicalità, ero certo che si sarebbe calato nella parte alla perfezione. Grazie al grande lavoro e alla passione che ci ha messo, credo che la scommessa l’abbiamo vinta. La sua performance in We Live Here è assolutamente significativa, tanto che Manfred Eicher, venuto in studio a trovarci, rimase colpito dal suo suono “alla Kenny Wheeler”.

JC: A proposito, come è nato il sodalizio con l’etichetta norvegese Losen Records e se il rapporto con loro è dovuto anche al fatto che tu abbia questa intrinseca predisposizione verso il jazz scandinavo e le loro atmosfere?
LDF: Per farla breve: durante la registrazione di “We Live Here”, Manfred Eicher, impegnato in una produzione in uno studio limitrofo, venne a trovarci. Il gruppo e il progetto gli piacquero al punto da manifestarmi l’intenzione di pubblicare l’album per ECM. Poi, per vicende extra-musicali loro, dopo parecchi mesi non se ne fece nulla. Ero piuttosto arrabbiato, eufemisticamente parlando, e cercai un’alternativa che potesse valorizzare la vocazione internazionale del quartetto. Incontrai così Losen Records, guidata da Odd Gjelsnes, una persona carica di passione e di autentica curiosità artistica. Il suo entusiasmo mi convinse immediatamente. Uscito l’album, nel giro di pochi giorni arrivarono moltissime recensioni internazionali molto positive. Questo è stato un fattore determinante per l’avvio, oltre ogni più rosea aspettativa, di una carriera internazionale prima europea e poi mondiale.

JC: “Love Unknown”, pubblicato nel 2018 ha fatto seguito a “We Live Here”. Il quartetto è lo stesso ma nella tua musica sono entrate anche delle sonorità rock. Lo ritieni un disco evolutivo?
LDF: Sì, decisamente. “Love Unknown” è il disco in cui abbiamo portato in modo più esplicito una dimensione energetica e fisica. Il rock, per me, non è un genere, ma un’attitudine: gestione della tensione, dell’impatto, del crescendo emotivo. “We Live Here” era certamente influenzato da una certa “modalità” ECM; con “Love Unknown” ci siamo sentiti ancora più liberi. Dai Beatles al progressive, è entrato nuovo carburante creativo nel motore del gruppo.

JC: “Mysterium Lunae”, pubblicato nel 2022, vede l’entrata nel quartetto di Alberto Mandarini al posto di Gendrikson Mena. È un disco riflessivo, misterico, umbratile e anche pregno di religiosità laica. Risente chiaramente del periodo che si sta vivendo ma c’è anche un’ulteriore crescita e cambiamento da parte vostra, soprattutto sul piano musicale forse dovuto anche alla presenza di un trombettista eclettico come Mandarini?
LDF: Assolutamente sì. L’ingresso di Alberto ha cambiato profondamente il suono e l’immaginario del quartetto. È un musicista capace di una grande profondità timbrica ed espressiva, e il suo modo di fraseggiare si integra perfettamente con un’idea di musica più introspettiva e narrativa. “Mysterium Lunae” è stato concepito e scritto durante la pandemia: la mia famiglia e io siamo rimasti bloccati all’estero dal 20 febbraio a metà giugno 2020, non proprio una passeggiata. Scrivere musica è stato uno dei modi per attraversare quel periodo, che oggi sembra quasi rimosso ma che è stato davvero drammatico e unico. Il titolo esprime la necessità di trovare momenti di luce in una situazione devastante. Alberto ha dato la voce giusta alle emozioni contrastanti dell’album. La dimensione della preghiera c’è sicuramente: per alcuni laica, per altri – come per me – anche religiosa.

JC: I tuoi dischi in quartetto hanno una progettualità ben precisa: pochi brani che vanno a definire la fisionomia, si direbbe, di un’unica opera. Inoltre sono il frutto di un lavoro in duo con Stefano Dall’Ora. Come siete riusciti a integrarvi nonostante abbiate dei background completamente diversi?
LDF: La differenza di background è in realtà solo apparente. Entrambi abbiamo una formazione classica ed entrambi siamo stati stregati, da ragazzi, dalla magia sonora e dal mistero creativo dei Beatles. Differenze di approccio e di influenze sono state una ricchezza, non un ostacolo. Con Stefano condividiamo una visione molto chiara di cosa significhi “servire la musica”. Il lavoro in duo nasce dal dialogo, dall’ascolto e dal togliere il superfluo, sostenuto da un lavoro quasi maniacale su ogni dettaglio. I brani lunghi sono una conseguenza naturale: permettono di costruire un arco narrativo e di lasciare spazio all’evoluzione. Chiediamo molto a chi ci ascolta: la fatica e la fiducia di un ascolto attento e totale. In cambio cerchiamo di offrire un’esperienza emotiva intensa. Dai feedback che riceviamo, questo scambio spesso funziona. Dopo un concerto in Polonia nel 2024, una bambina accompagnata dalla madre ci ha regalato un disegno ispirato alla nostra musica. Erano fuggite dal fronte ucraino, dove il padre era rimasto. Aver contribuito, in qualche modo, a offrire loro un momento di serenità è stato profondamente commovente.

JC: Nel 2023 pubblichi “Lullabies From An Unknown Time” in duo con Fabrizio Bosso. È una musica impressionista, che si discosta poco dalle atmosfere della Losen ma ha una profondità maggiore rispetto a quello che suonate con il quartetto. Bosso poi definisce appieno l’atmosfera musicale con il suono rotondo e lucente della sua tromba. Inoltre ci sono, credo per la prima volta, due pezzi non originali, uno di Igor Stravinskij e l’altro di Chick Corea.
LDF: “Lullabies” è stato un esercizio di essenzialità estrema. La tromba di Fabrizio ha una qualità narrativa straordinaria e in quel contesto ogni suono diventa significativo. Le “lullabies” non sono ninnananne rassicuranti, ma spazi sospesi e ambigui. Fabrizio era intrigato dal confronto con un ambiente sonoro più vicino al minimalismo colto contemporaneo che al jazz, e ha svolto il suo ruolo in modo impressionante. Il brano di Stravinskij proviene da una suite per piccola orchestra originariamente scritta per pianoforte a quattro mani: un frammento brevissimo, ma carico di tensione ed enigmaticità. La notizia della morte di Chick Corea mi ha raggiunto proprio durante la registrazione: improvvisai un accenno di Crystal Silence, registrato a mia insaputa dal tecnico Marco Sorasio. Ho deciso di inserirlo come omaggio a un musicista fondamentale per il mio percorso. L’album è stato inserito tra i 100 migliori dischi del 2023 da Jazzwise, una grande soddisfazione. Lo porto in giro per l’Europa, quando possibile, affiancato dal trombettista polacco Piotr Schmidt.

JC: Parliamo del tuo nuovo disco intitolato “Backlash of Uncertainty”. Fa ritorno il tuo quartetto con Stefano Dall’Ora, Marco Castiglioni e Alberto Mandarini. Al primo ascolto si ha l’impressione che la tua musica sia più ariosa rispetto al passato e meno introspettiva. Possiede più colori forse grazie all’uso dell’elettronica?
LDF: Direi più “aperta” che meno introspettiva. L’introspezione c’è, ma non è chiusa in se stessa. L’elettronica, quando presente, serve ad ampliare lo spazio, ad aggiungere profondità e movimento, non a sovrastare il suono acustico: si tratta di real-time processing, tutto riproducibile dal vivo senza basi preregistrate. In particolare Stefano, con l’uso di vari pedali, aggiunge stratificazioni elettroniche al suo suono di contrabbasso, aprendo spazi infiniti. È un disco che accetta l’incertezza non come paralisi, ma come condizione fertile di ricerca. Mi ha colpito il commento di un tecnico di palco in Svezia, che ha colto nella title track un accenno ai Red Hot Chili Peppers, azzeccando perfettamente il riferimento”.

JC: “Backlash of Uncertainty” contiene cinque brani ben definiti e si direbbe in continuità l’uno con l’altro. Hanno anche un’importante durata. Le composizioni sono compartecipate tra te e Stefano Dall’Ora. Il titolo è onomatopeico del tempo che stiamo vivendo?
LDF: Sì, il titolo è quasi fisico. “Backlash” è un contraccolpo, una reazione improvvisa. Viviamo tempi instabili e forse pericolosi, ai quali non eravamo preparati. A questo si sono sommate anche esperienze personali dolorose, che hanno reso il titolo estremamente reale.

JC: The Other Route That Wasn’t There è un pezzo di profonda liricità in cui eccelle il virtuosismo, la forza, l’eclettismo e il suono multifaccettato di Mandarini.
LDF: È un brano che parla di strade che non immaginavi di dover percorrere. Si articola in tre sezioni: una lirica e introspettiva, una sospesa e aerea, una finale violenta, quasi rock. Alberto attraversa queste pulsazioni con un suono in continua trasformazione: sordina, suono pieno, quasi distorto, sempre al servizio di uno storytelling più ampio.

JC: Nine Bridges in Königsberg sembra il titolo di un romanzo ma è forse matematica musicale? Ce lo spieghi?
LDF: È un brano prevalentemente di Stefano, molto complesso, in cui ogni elemento vive di una pulsazione autonoma. Il riferimento è al celebre problema matematico dei ponti di Königsberg, metafora di percorsi impossibili. Credo contenga i due assoli più belli dell’album: quello di pianoforte, onirico e sospeso, e quello di Alberto, che in altre epoche avrebbe fatto scuola.

JC: Temporary Shunt si apre con un assolo di tromba e introduce un tema che sembra calarsi in un qualcosa di esistenziale e piacevole allo stesso tempo. È giusto?
LDF: Sì. È l’idea di una deviazione temporanea, fragile ma necessaria. Il brano cresce progressivamente fino a un finale improvviso e quasi inspiegabile. Amo molto il clima sonoro che si espande fino all’esplosione conclusive.

JC: Occam’s Razor chiude filosoficamente questo tuo nuovo disco. Le riflessioni matematiche e filosofiche possono essere una fonte di ispirazione e trasformarsi in musica restituendone il significato primigenio?
LDF: Assolutamente sì, se non vengono trattate in modo illustrativo. Il rasoio di Occam invita alla sottrazione, all’essenziale. Il brano, in 5/4, nasce da un brevissimo spunto melodico che domina tutta la struttura. Alla fine abbiamo inserito un “colpo alla Beatles”: dopo circa venti secondi di silenzio, la musica riparte con una breve improvvisazione in trio, registrata al volo in studio, che apre una nuova possibilità immaginativa. Chissà…

JC: Il tuo collaudato quartetto avrà degli sviluppi futuri o ritieni che faccia parte della tua personalità artistica e che non debba essere associato ad altri tuoi progetti perché unico in termini di resa musicale e tematica?
LDF: Il quartetto è una parte fondamentale della mia identità artistica e continuerà a evolvere. Non esclude altri progetti, ma rimane il luogo in cui posso esprimere in modo più completo la mia visione musicale. Quest’anno il quartetto festeggia dieci anni di attività. Stiamo pensando a un progetto con ospiti della scena europea, ancora in fase embrionale, ma che sarebbe un modo bellissimo per celebrare questo percorso.

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