Domenico Santaniello: contrabbasso
Alfonso Deidda: sax alto
Marcello Tonolo: pianoforte
Adam Pache: batteria
Caligola Records – 2025
Domenico Santaniello, contrabbassista di lungo corso abituato a spaziare tra diversi generi e con un suono tutto suo di contrabbasso, ha pubblicato il suo primo disco da leader intitolato Finally. Un titolo onomatopeico per sottolineare che è giunto finalmente al traguardo. Il disco, bisogna subito dirlo, è raffinato, musicalmente interessante, ben suonato e arrangiato. Cinque delle otto tracce che lo compongono sono sue e denotano una particolare musicalità e freschezza di stili. Siamo di fronte a un jazz contemporaneo che si spinge verso modalità post bop e modali. C’è da dire che il leader è sempre discreto, la sua presenza non è mai ingombrante ed è parte integrante del quartetto. Si sente come il suono sia d’insieme. Ognuno dei musicisti contribuisce alla resa del brano ed alla sua riuscita in termini di musicalità. L’integrazione tra i quattro è perfetta anche negli assolo. A Song For Vanni apre Finally. È un pezzo di natura post bop introdotto dal contrabbasso e poi sviluppato dal sax alto di Deidda. Quest’ultimp dotato di un suono la cui bellezza non passa inosservata. Segue poi Three, un brano in cui si mette in luce la ritmica di Pache e il piano sbilenco di Tonolo. Santaniello poi fa conoscere tutta la sua arte espressiva attraverso una performance in solitudine di contrabbasso in Danny Boy. Di fatto fa cantare allo strumento il ritornello di una composizione appartenente alla tradizione folk irlandese. Manuè è una tavolozza melodica fatta di tante pennellate materiche. Tonolo mette a disposizione una suo brano intitolato Tipsy Topsy. È suonato in trio senza l’ausilio di Deidda. JFP III è un pezzo di forte intensità melodica, pregno di suggestioni e nostalgie recondite dove il sax di Deidda recita la parte del leone, e che leone! Forse il brano più bello e intenso del disco. Seven Minds, standard bello e interessante, è costruito sul dialogo continuo tra musicisti. Un laboratorio di idee in progress restando ligi al tema originale. La title track chiude un disco che attraversa di soppiatto la storia del jazz con uno swing mai urlato, fatto di dinamiche circoscritte, una cinetica moderata e legata all’espressività melodica di un quartetto le cui personalità riescono a fondersi in un unicum sonoro ed espressivo.
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