Hedvig Mollestad Thomassen: chitarra
Thomas Johansson: tromba
Kristoffer Berre Alberts sassofoni
Ola Hoyer: contrabbasso
Dag Erik Knedal Andersen: batteria
Sauajazz – 2025
Sono quindici anni che i norvegesi Cortex ci deliziano con il loro jazz. Gruppo dedito al free di ispirazione afroamericana, quello “tosto” per intenderci, partorito negli anni sessanta. In Did We Really, loro ultimo lavoro, sono affiancati dalla chitarrista Hedvig Mollestad. Dunque, il quartetto di fattezze ornettiane composto da batteria, contrabbasso, sax e tromba, vede l’aggiungersi di uno strumento armonico. Il loro è un free jazz avventuroso, a volte arrembante, lirico e dissonante, diretto e privo di fronzoli sonori, costruito sui dialoghi, a volte assurdi e contrastanti tra tromba e sassofoni. Insomma, caratteristiche che fanno di Did We Really? un disco complesso ma allo stesso tempo fascinoso e intrigante. Il brano Liminal apre il disco. È un pezzo colemaniano con affacci sulle musiche di John Zorn. I fiati si confrontano e sfidano su un ritmo dall’andamento inquietante e tribale. Liquid Brain si discosta dal mood precedente per avvicinarsi a mondi astratti, dove un tempo, per intenderci, si muoveva Don Cherry. C’è aggressività all’interno di questo brano. I fiati sono ruggenti e rudi, e la chitarra si muove tra le loro pause come un sarto che tenta di ricucire insieme le armonie. Mollestand firma questo pezzo oltre al precedente. Ha un’ambientazione vicina al mondo ECM, fatta di silenzi e allunghi ai fiati, il tutto a un ritmo lento e riflessivo. La chitarra movimenta il tema spalleggiata da una irrequieta batteria. Il baritono introduce le prime note di questa ballad finta e compulsiva denominata Hedtex. Twoface, traccia seguente, dimostra di quanto i Cortex siano indipendenti da certi schematismi free. Il loro è un caos di suoni che crescono lentamente per poi agganciarsi al tema e svilupparsi in musica concreta. Snap invece inizia convulso ma durante il suo sviluppo si tramuta in rivoli creativi di libertà assoluta. Una melodia, per certi versi accattivante, suonata dai fiati introduce Elastics. In un secondo tempo si espande verso ulteriori soluzioni, sempre melodiche, dettate da una chitarra questa volta poetica e dai fiati soppesati e lirici. Con un dialogo tra sax e chitarra si apre l’ultimo pezzo del disco intitolato Hymans Porch. La parte iniziale è accomiatante ma è solo un falso gesto. Prende poi piede un certo dinamismo, questa volta lineare scandito dalle note di un sax prorompente e dal drumming ossessivo della batteria. È il giusto epilogo per un disco magnifico.
Segui Jazz Convention su instagram: @jazzconvention