Michele Perruggini – Stay Human

Michele Perruggini: batteria
Roberto Olzer: pianoforte
Yuri Goloubev: contrabbasso
Riccardo Bertuzzi: chitarra
Guido Bombardieri: sax soprano, clarinetto
Dario Tanghetti: percussioni
Fausto Beccalossi: fisarmonica

Abeat Records – 2025

Bisogna fare un passo indietro per comprendere al meglio Stay Human, l’ultimo disco di Michele Perruggini. Quel passo indietro si chiama Disillusion ed è il suo penultimo progetto. Li che ci sono le basi che portano a Stay Human: stessa spina dorsale formata da Roberto Olzer, Yuri Goloubev, Guido Bombardieri, Michele Peruggini e un ospite speciale come il notevole Fausto Beccalossi. Da quel disco, per giunta di ottima fattura, che vede anche l’apporto di una piccola sezione orchestrale e Pino Mazzarano e Peo Alfonso in alcuni interventi alla chitarra, si coglie una particolare urgenza espressiva, poeticità, melodia, cantabilità e senso orchestrale della musica. Stesse caratteristiche che si ritrovano in Stay Human anche se è diverso l’umanesimo che Perruggini narra ed espone. Si perché il suo, quello che propugna, è un nuovo umanesimo che prende le distanze da una macchina denominata intelligenza artificiale attraverso la bellezza, l’arte, la musica e un atteggiamento positivo verso il mondo, la natura e gli uomini. Si potrebbe dire che il suo è un disco progettuale, un manifesto di intenti ma crediamo che questo non sia il fine ultimo. Stay Human è innanzitutto un disco di musica e la musica è un tramite perfetto per comunicare idee, sentimenti e punti di vista. Il batterista lo fa senza alzare i toni, scrivendo brani che assommano più musiche: mette insieme jazz, world, rock e camerale, attraverso una sintesi riuscita e di indubbia qualità. I musicisti che gli stanno accanto non sono da meno sottolineando anche di come Bombardieri, nella sua bravura al soprano e al clarinetto, incarni la voce “narrante” del batterista. Sono le prime note sognanti e astratte di Through The Darkest Stars suonate da un eccellente Roberto Olzer al pianoforte che subito ammaliano e catturano l’ascoltatore spalancando di fatto la porta che da accesso al progetto di Perruggini. Da li in poi è un viaggio a tappe che portano i nomi di Lost Souls, dove il soprano si erge, tra gli interventi delle chitarre, per raccontare le anime perse; Hypnosis che invece si apre con un inqueto contrabbasso di fatto spiega il contenuto narrato nel seguito del brano; la title track vede ancora una volta Olzer tracciare la storia con fare misterioso, assecondato dall’archetto di Goloubev al contrabbasso. È il pezzo spartiacque del disco e quello che custodisce i suoi significati, i risvolti di un mondo che non si piega all’artificiale e lo fa con un atteggiamento che può sembrare conciliante solo perché convinti e sicuri che la bellezza non può essere sconfitta.


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