Cristiano Arcelli: sax alto, arrangiamenti
Fulvio Sigurtà: tromba, flicorno
Giovanni Hoffer: corno francese
Massimo Morganti: trombone
Glauco Benedetti: tuba
Pierluigi Foschi: batteria
Caligola Records – 2026
Hanno cominciato con Monk, disco brillante e raffinato, e adesso proseguono con Kurt Weill. I Koro Almost Brass hanno spostato dal jazz afroamericano alla musica popolare e classica la loro attenzione. Chiaramente la formazione dei cinque musicisti è jazz e da quella matrice non si distaccano. Anzi, vi aggiungono nuovi temi e suoni sfruttando la grande capacità del jazz di accogliere, trasformare e improvvisare. In questo disco si ascolta un Weill trasformato pur restando “reale” nelle sue tematiche sonore dal linguaggio variegato e multiforme. I Koro suonano e si muovono come una band, elastica, che attraverso gli arrangiamenti e gli intrecci solistici muta in un large ensemble. L’atmosfera riprodotta è quella di un teatro chiuso, dall’architettura camerale, che lascia immaginare le performance brechtiane di una teatralità che appartiene alla storia. Il progetto parte dal quintetto classico che prevede cinque fiati di cui una delle due trombe, in questo caso, viene sostituita dal sax contralto di Cristiano Arcelli. Quest’ultimo è anche l’arrangiatore e colui che ha trasformato con uno sguardo diverso e alternativo sei composizioni di Weill scritte tra Germania, Francia e Stati Uniti durante il suo percorso umano e artistico. Dunque Arcelli pontiere, assieme a Sigurtà, Hoffer Morganti e Benedetti, tra jazz, scrittura colta e improvvisazione. Stando all’ascolto l’operazione è riuscita molto bene. Il linguaggio è diretto, ben costruito, la sintesi tra generi funziona grazie all’iterazione degli strumenti e al loro uso appropriato e tempestivo nelle dinamiche improvvisate. E in tutto questo non viene trascurata la melodia e la cantabilità di alcuni classici di Weill come My Ship o Mack the Knife. Delle dodici composizioni del disco sei sono originali. Stiamo parlando di People of Youkali, Danza dell’uomo comune e Lifeboat for Kurt scritte da Arcelli, mentre Kabarett da Roberto Martinelli, It’s Raining da Mauro Montalbetti e Kurt Weill Commentaries da Stefano Bellon. I tre compositori donano al disco una maggiore diversità sia di vedute che di scrittura a causa del loro patrimonio e esperienza artistica. È interessate di come alle opere di Weill si sovrappongono, o meglio si accompagnano, delle composizioni ispirate al suo pensiero e alla sua musica. Che guardino e contemplino tutta la forza espressiva di Weill richiamando quella sua, semplicemente complessa, maniera di riassumere e attualizzare le più diverse influenze culturali che si creano all’interno delle società di ieri, e di oggi. Il quintetto, con questo disco, così come ha fatto col precedente su Monk, amplia lo sguardo sulla produzione di Weill, non lo cristallizza imitandolo ma ne sfrutta le maglie larghe dei suoi scritti per adattarlo alle esigenze presenti e future di una musica che si nutre delle differenze.
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