
Torino – 1.5.2026
Foto: Andrea Gaggero
Nel giorno della festa del lavoro (e dei lavoratori) diversi appuntamenti di sicuro interesse che obbligano anche ad una scelta spiacevole. Perché il duo Frisell/Kang alle 18 e il magnifico trio di Stefano Battaglia, alle 19, in altra zona della città? Ma intanto il pomeriggio, sul piccolo palco delo spazio Arcademy, gestito dall’ APS torinese L’Arteficio, troviamo gli Enten Eller nel pieno della loro forma e maturità musicale.
La creatura di Barbiero (e Brunod) festeggia i 40 anni di carriera sul piccolo palco di quello che parte un circolo d’altri tempi. Quaranta anni sono un periodo di lunghezza unica per una formazione musicale, ancor più jazzistica, in qualsiasi tempo e luogo, ed è difficile spiegare sinteticamente le ragioni di tale longevità. Conoscendo un poco Massimo Barbiero diremmo che determinazione, cocciutaggine, integrità umana e artistica possono essere alcuni termini congrui. Gli Enten Eller hanno diverse caratteristiche singolari: hanno accolto, continuano a farlo, ospiti di grande pregio dai quali hanno saputo trarre suggestioni e raccogliere energie pur rimanendo inguaribilmente sé stessi: da Tim Berne a Javier Girotto, da Emanuele Parrini a Eva Bittova e Gianluigi Trovesi. Gli Enten Eller sono formazione testardamente uguale a sé stessa, ha continuamente ricevuto linfa e sostentamento dalla relazione reciproca tra i componenti e dai sapidi e accorti incontri con altri. Quante altre formazioni avrebbero potuto suonare con Tim Berne senza essere fagocitati dalla sua musica? Tre brani del concerto, 7:13, Per Emanuela, e Mostar si ritrovano, anche, in Melquiades luminoso episodio proprio con Berne (1999) e ancora Pragma (Antigone,1991) e Torquemada. Nel concerto questi i pochi brani con ampio spazio per gli assoli com’è abitudine del gruppo e come il bravissimo Alberto Mandarini ci ricorda in chiusura. La formazione ripropone sovente gli stessi temi, alucuni di 30 anni orsono, temi magari di poche note, apparentemente semplici, ariosi, lirici, talvolta orecchiabili: sono gli standard degli Enten Eller, solida base o labile spunto per la costruzione di un mondo musicale originale, in cui l’improvvisazione, l’interplay e il controllo di timbri e dinamiche paiono elementi fondativi del linguaggio. In questo concerto la capacità di ascolto reciproca, il darsi tempo per la costruzione e lo sviluppo dei brani, forse lascito del miglior Berne, l’antidivismo, l’anticonsumismo e l’ostinazione nel voler continuare a perseguire una strada personale sono emersi ancora una volta compiutamente e alla fine ci siamo stupiti ancora una volta per la freschezza e coerenza della proposta.
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