
Torino – 30.4.2026
Foto: Andrea Gaggero
Abbiamo ascoltato pochi concerti del Torino Jazz Festival 2026, non solo per motivi logistici e personali ma anche per una programmazione, ai limiti della bulimia, di difficile comprensione in un festival così ricco di mezzi e ambizioni. Poco si comprendono, ad esempio, le sovrapposizioni di concerti, gli appuntamenti mattutini, la scelta di sedi anche piuttosto distanti tra di loro, volendosi muovere con mezzi pubblici, o gli appuntamenti mattutini infrasettimanali. Il nostro plauso invece per le qualità dell’organizzazione, il calendario generale e per non aver abbandonato le presentazioni di libri, le visioni di film d’argomento, gli incontri.
Quella dell’Italian Instabile Orchestra, nella Giornata internazionale del jazz di giovedì 30 aprile, è parsa una date delle più ghiotte di questa edizione. L’ormai storica formazione nasceva in quel di Noci, vedi European Jazz Festival 1990, dalle menti di Minafra, Curci e Bergerone, come ha ricordato quest’ultimo; l’idea, folle quanto fortunata, era quella di voler radunare il meglio del jazz italiano di ricerca: l’IIO avrebbe portato in giro per l’Europa, per un non breve periodo, il jazz italiano. Con il nuovo millennio le date cominciano a diradarsi, sarà un concerto a Porto nel 2013 a dare nuovo impulso con la formazione di un nuovo repertorio da temi ellingtoniani. Lo stesso verrà replicato a Roma nel 2024 mentre nel 2025 verrà pubblicata la registrazione del concerto di Porto. Oggi abbiamo finalmente la possibilità di ascoltare questa prestigiosa formazione in quel di Torino, con grandi aspettative e senza confronti recenti, non avendo assistito al concerto romano. Premettiamo che qui sono venuti meno alcuni presupposti ideologici, l’assenza di un leader, e in generale ci sono sembrati molto assopiti il senso di divertimento e l’ironia tra il beffardo e lo straccione degli anni ’90. La scelta di affidare solo a Schiaffini il compito, non semplice, di ripensare alcuni temi ellingtoniani pare riuscita: la lunga e solida esperienza, la storica curiosità e l’apertura verso mondi musicali, anche distanti, crediamo siano stati elementi decisivi nella scelta e nel positivo risultato. Per il tramite del Duca, grazie alla sovente raffinata scrittura e alle tante voci personali è stato agevole allargare lo sguardo alla storia di questa musica: la swing era, lo stride e il bop Monkiano del bravissimo Puglisi, il Mingus del “Santone nero” echeggiato qui e là. Tirare ad indovinare i brani non era il giochino della serata, nonostante la esplicita frustrazione della signora dietro noi. A parte l’iniziale e finale, solenne e struggente, Come Sunday, i momenti migliori sono parsi quelli non ellingtoniani: il pianismo lucente e citazionistico dell’ottimo Puglisi, il Dolphy di Trovesi in un raro solo, le trombe di Mandarini e Sigurtà, il baritono di Actis Dato, tutti inguaribilmente sé stessi e perciò tanto più preziosi. Ancor più mirabili alcuni impasti timbrici e quiei passaggi di dissoluzione e sfrangiamento della materia sonora frutto di altre, diverse e altrettanto nobili,frequentazioni. Alcuni ripensamenti sono parsi meno riusciti di altri, citiamo Mood Indigo, ma anche alcuni tutti: quelli piuttosto statici e schematici di cesura tra parti o gli episodi totalmente free quanto scontati. O forse tutti questi diversi momenti sono stati solo un riarrangiare per estensione di tecniche e momenti della storia. The Duke Of Medley, al centro del programma, rimane comunque, una piece de resistance in forma di collage sonoro realizzato per sovrapposizione e stratificazione di frammenti di temi ellingtoniani. Almeno la sigla del Duca posta a fine concerto sarà stata identificata da quella signora.
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