Roma, Casa del Jazz – 13.6/7.8.2026
Foto: Luca Labrini
Da più di vent’anni, per ogni appassionato di jazz, a Roma l’estate coincide con il festival Summertime che, come ormai piacevole consuetudine, anche quest’anno si è tenuto principalmente alla Casa del Jazz con qualche appuntamento dislocato all’Auditorium.
Inaugurazione col botto e primo pienone per il ritorno, dopo ben sette anni dall’ultima esibizione, del PAF Trio, la splendida formazione composta da Fresu, Di Castri e Salis. Ed è proprio quest’ultimo il grande mattatore della serata, istrionico e geniale sia al pianoforte che alla fisarmonica, con il sempre poetico fraseggio del flicorno di Fresu e il raccordo preciso del contrabbassista Di Castri a completare un trio magico. In effetti a riascoltarli adesso è sorprendente pensare che sia passato così tanto tempo dal loro ultimo incontro, con i brani di ciascuno che suonano sempre freschi, da Next Stop di Salis alla Timbuktu di Fresu sino alle conclusive Fellini e Paparazzi, in un crescendo che non smette mai di stupire e che non si vorrebbe mai finire di ascoltare.
Fresu che torna protagonista anche nel mese di luglio, ancora in trio, ma con una formazione completamente diversa per sonorità e composizione: Trama Latina è il titolo del progetto e anche dell’album appena uscito per la sua Tuk Records che lo vede al fianco del pianista argentino Gustavo Beytelmanne e del cantante belga David Linx per rendere omaggio alla cultura sudamericana attraverso riletture di alcuni grandi compositori del continente, in un filo che unisce anche la lingua sarda e l’inglese attraverso degli adattamenti riusciti e complessi in un concerto non facile che si conclude con il bis, ancora una volta, della sua Fellini in una nuova veste.
Tra quelli più attesi in cartellone la prima volta a Roma, e in esclusiva italiana, della cantante americana Samara Joy. Ancora giovane, appena 26 anni ma già vincitrice di ben cinque Grammy Awards, l’artista di New York non ha tradito le attese dando anzi vita al più entusiasmante live di questa estate. La sua voce profonda da contralto si rifà alle grandi dell’epoca d’oro, ricordando per il suo stile vellutato quella di Sarah Vaughan. Accompagnata da un ensemble di sette giovani ma brillanti musicisti, con una ricca sezione fiati di ben quattro elementi, la Joy ha fin da subito rapito il numeroso pubblico accorso con la sua naturale eleganza con cui ha sfornato delle formidabili interpretazioni di alcuni grandi classici in un repertorio ricco di standard e brani popolari. Una serata davvero da incorniciare che conferma quanto di buono si era detto e scritto su di lei per una stella dotata di una classe immensa e grande umiltà anche nel lasciare il giusto spazio ai vari e validi solisti, con una notevole presenza scenica che la proietta nell’olimpo delle voci più belle in circolazione.
Gradito spazio in cartellone anche a due colonne, in anni diversi, delle caratteristiche atmosfere disegnate dall’etichetta tedesca ECM. Nel mese di giugno è stata la volta del trio guidato dal pianista svedese Bobo Stenson per un atteso set introspettivo e sensibile. Una musica delicata fatta perlopiù di brani brevi ripescati dalla tradizione nord europea e asiatica, ma anche un sentito omaggio Don Cherry. Un anticipo dei pezzi che vedranno la luce nel disco in uscita il prossimo anno per un artista che è stato il padrone di casa in moltissime importanti incisioni dell’ECM negli anni 60 e spalla dal vivo dei vari musicisti americani in tournée in Europa, ma che ancora oggi è testimone di un raro jazz raffinato e colto con pochi eguali.
Di due decenni successivi, ma altrettanto rilevante, il musicista tunisino Anouar Brahem, che nella sua carriera ha inciso quasi esclusivamente per l’etichetta ECM. Maestro dello strumento mediorientale oud, ha proiettato la sua musica mediterranea verso nuovi confini tra avanguardia, jazz, folk e tradizione, e anche la tappa romana ne è stata un classico esempio della sua arte con un quartetto internazionale formato da contrabbasso, piano e violoncello. Le composizioni originali richiamano gli echi della musica da camera aprendosi a diverse culture e ispirazioni, frammenti eleganti e raffinati racchiusi nell’ultimo album After The Last Sky in una serata magica e toccante conclusa da un sentito ricordo della figura di DeJohnette recentemente scomparso.
Interessante anche il ritorno di un personaggio di enorme talento e versatilità, rappresentante della gloriosa tradizione cubana, il pianista Gonzalo Rubalcaba. Accompagnato da una formazione stellare, con la ritmica formata da Larry Grenadier ed Eric Harland e a completare il sassofono di Chris Potter, i quattro si sono susseguiti in brani post bob moderni reinterpretando composizioni di Chick Corea, Dizzy Gillespie e pezzi originali davvero intensi scritti da ciascun membro. Un quartetto davvero notevole che però ha offuscato il piano vibrante del leader, mostrando di contro ancora una volta protagonisti gli interventi assai lunghi e prolissi di un Potter davvero eccessivo.
Non delude invece nemmeno in questa occasione il trio di Bill Frisell, questa volta completato anche da una vecchia conoscenza del chitarrista, il sassofonista Greg Tardy che si unisce con naturalezza e rispetto all’interplay finissimo dei tre che propongono, come di consueto, una musica senza intervalli e fronzoli che intreccia folk, blues e jazz con una spontaneità sublime.
Non lascia particolari spunti di interesse il set del pur bravo batterista Nate Smith, a capo di un quartetto troppo incentrato su di sé in una scaletta notevolmente dritta e monocorde che non concede troppo spazio alla band, entusiasmando invece i cultori della batteria presenti.
Nota di merito, in conclusione di un festival che come ogni anno si conferma davvero ben strutturato e conforme ad ogni gusto, per il cantante soul Jalen Ngonda, stella della casa discografica dai suoni analogici Daptone Records, che richiama gli anni 60 con un sound accattivante, una voce educata e brani originali dai testi introspettivi che ci riportano all’età d’oro della musica soul e R&B targata Motown e Stax.
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