Partir. Le canzoni dello sradicamento rilette da Elina Duni PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Buttafuoco   
Sabato 07 Luglio 2018 00:00


Foto: Archivio Fabio Ciminiera



Partir. Le canzoni dello sradicamento rilette da Elina Duni

A tre anni dal disco in quartetto con Colin Vallon, Patrice Moret e Norbert Pfammatter, Elina Duni pubblica un nuovo disco con ECM. Un disco particolare, in solitario, nel quale la cantante albanese accompagna se stessa con chitarra, piano e tamburelli. Partir è un lavoro particolare anche per quanto riguarda la scelta del repertorio. La prima delle dodici tracce è una canzone italiana Amara Terra Mia, di Domenico Modugno. Il viaggio prosegue, dopo un original firmato da Elina stessa, attraverso il fado, canzoni arabe, armene, yiddish, una cover di Jaques Brel e, ovviamente, pezzi del folklore albanese per finire con un'affascinante ballata della tdistaccoradizione svizzera tedesca.

Jazz Convention: Si può giudicare questo lavoro come una svolta nella tua carriera? Il titolo stesso sembra suggerire un inizio, una nuova strada.
Elina Duni: Non lo so, a dire il vero non lo so proprio. Cosa ci sarà nel mio futuro artistico ancora non riesco a dirlo. Certo, il quartetto è entrato in una fase di crisi e di ripensamento. All'origine, c'è anche un dato personale, doloroso: la fine di una storia d'amore, durata undici anni fra me e Colin Vallon. Mi sono ritrovata in una zona d'ombra, in una situazione di sradicamento. Intorno a me la televisione e i media rimandavano le immagini dei profughi della Siria, dei barconi che arrivano in Italia. Io non avevo mai pensato a tradurre in un disco quest'accumulo di emozioni. Certo, da alcuni anni canto da solista, accompagnandomi, in uno spettacolo di musica e poesia che abbiamo allestito con mia madre, che è una scrittrice. Una pièce basata, data la nostra esperienza di emigrate, sullo sradicamento, sulla nostalgia, sulla separazione. Quando Manfred Eicher mi ha chiesto qualcosa sul futuro del quartetto e sui miei progetti, gli ho parlato di quest'attività, per la quale non avrei mai pensato a un esito discografico. Sono rimasta un po' sorpresa quando mi ha proposto di andare in sala di registrazione con quel materiale. Però, come spesso capita, aveva ragione lui. In quel momento stavo, sto ancora vivendo, una fase della mia vita con la quale non posso che fare i conti in solitudine. Raccontarmi in prima persona

JC: Come hai affrontato, non essendo una strumentista, questa sfida di sostenere un disco in solitario?
ED: Ho lavorato molto, provando e riprovando, ascoltandomi e mettendomi in discussione. Ma, andando avanti nella preparazione, mi era sempre più chiara la necessità di mettermi in gioco totalmente. Una specie di prendere o lasciare, anche se i dubbi erano tanti. L'incisione è avvenuta in due giorni. Non abbiamo usato re-incisioni o aggiustamenti. Per quasi tutte le tracce abbiamo usato la prima registrazione. E qui è stato fondamentale il lavoro di Manfred. Di alcune takes non ero proprio soddisfatta, mi sembrava si potessero migliorare i dettagli. Manfred ha insistito sempre per non fare variazioni, anche quando a me sembravano esserci dei difetti. Ha il senso della magia e ha intuito il cuore del mio lavoro. Nello studio di La Buissonne, nel sud della Francia, un luogo immerso in una luce e in un mood mediterranei, eravamo in tre: lui, il fonico Gérard D'Haro ed io. Un'esperienza artistica e umana molto intensa.

JC: Il repertorio del disco ha un suo fil rouge molto evidente...
ED: Sento molto il tema del distacco, della partenza, di quella malinconia che segna tutta la sensibilità europea e mediterranea in modo. Una sensibilità che si è spesso sedimentata su eventi tragici, sulle grandi diaspore della nostra storia. Quella palestinese, quella armena, quella ebraica. In qualche maniera Partir è una riflessione emozionale su questi temi, sulla vita che cambia continuamente, su quello che ci lasciamo alle spalle e sulle ombre del futuro, individuale e collettivo. Non è facile parlare di problemi tanto complessi senza cadere nell'ideologismo o nel moralismo; credo tuttavia che un artista, come qualsiasi essere umano, non possa non interrogarsi sul mondo che lo circonda. Io non riesco a separare l'arte dalla vita, anche da quella sociale, forse anche perché nella mia famiglia c'è una tradizione importante d'impegno. Mio nonno, scrittore, è stato partigiano comunista, ma durante il regime di Enver Hoxha è stato in carcere come dissidente. Mi sembra di vedere, nel mondo attuale, una continuazione degli errori precedenti. Ritornano i nazionalismi di ogni colore e molti non sembrano ricordare i danni che queste ideologie hanno provocato. In Albania, il vecchio regime oppressivo è stato sostituito da una vera e propria oligarchia di pochissime persone che controllano tutto. Il Mediterraneo, il mio mare, la culla della mia cultura si sta trasformando in una specie di grande discarica. Anche la natura selvaggia del mio paese sarà presto sfregiata dalla costruzione di grandi dighe, probabilmente inutili o troppo costose. Io sento di dover raccontare nella mia musica queste mie ansie e queste mie sensazioni.

JC: In un'intervista di qualche anno fa, rilasciata proprio a Jazz Convention, parlavi del "pericolo" che si corre, affrontando un repertorio così drammatico e sentimentale, di cadere nel patetismo, nel kitsch. Suppongo che questo problema si sia posto in maniera importante al momento d'incidere questo disco in solitario.
ED: Certamente. L'artista deve mantenere una sua distanza emotiva dalla materia su cui lavora, soprattutto quando questo lavoro avviene in un periodo particolare della sua vita. A venirmi in soccorso è stato il mio amore per Miles Davis, quel suo distacco, quella apparente algidità che però niente toglieva alla bellezza di una melodia, di un fraseggio. È stato Miles a fornirmi la bussola per trovare la strada in un percorso tanto intimo e sofferto come quello di Partir. E devo dire che questo aspetto di Miles l'ho scoperto e apprezzato grazie a Colin. Potrà sembrare strano che un grande jazzista e sperimentatore possa servire ad affrontare un repertorio come il mio. Avvengono nell'arte, o perlomeno nel mio mondo, fenomeni strani. Io adoro. ad esempio, la canzone francese e il francese è una delle mie lingue, dal momento che vivo in Svizzera fin da quando ero bambina. Eppure sento che la mia interpretazione di quel repertorio è migliorata quando ho approfondito il mio rapporto con la lingua della mia famiglia e della mia terra. Canto meglio in francese, e in inglese, da quando ho maggiore confidenza con le mie radici. Con l'italiano ho un rapporto diverso ma altrettanto intimo. Mia madre ha sempre adorato le canzoni italiane. Il mio primo approccio alla musica è avvenuto proprio attraverso esse.

JC: In questo tuo percorso, stranamente, mancano brani della tradizione afro-americana. Non ci sono un blues, o un gospel.
ED: Nello spettacolo canto Willow Weep For Me, ma qui m'interessava concentrarmi su una saudade europea, mediterranea in primis, ma anche legata alle migrazioni dell'Europa centrale. Il disco si chiude con un canto svizzero tedesco, un pezzo di cui ci sono poche tracce e che ho conosciuto solo grazie alla mia maestra di canto classico. Anche la Svizzera fu, in passato, terra di migranti. Partir è un viaggio intimo, ma nel mio bagaglio cì sono anche le memorie collettive di chi ha dovuto lasciare la sua terra.

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