WE3. Tra echi passati e sciamanismo moderno PDF Stampa E-mail
Scritto da Flavio Caprera   
Mercoledì 01 Dicembre 2021 00:00


Foto: la copertina di Feed



WE3. Tra echi passati e sciamanismo moderno

WE3 è il nome del gruppo e dell'ultimo disco di Francesco Chiapperini assieme a Luca Pissavini e Stefano Grasso. È un lavoro interessante e di forte fascino, dove la musica crea sbalzi temporali proiettando il suono verso una dimensione mistica e ascetica restando allo stesso tempo ancorata al presente

JC: Francesco Chiapperini che significato ha il nome dato al gruppo di WE3?
FC: Semplicemente per indicare la formazione in trio. Ho scelto un nome che potesse allo stesso tempo evocare solidità e coesione: elementi alla base del nostro suonare insieme. Con Luca Pissavini al violone e Stefano Grasso alla batteria ho fondato questo gruppo in concomitanza con l'inizio del mio approccio al sax baritono. Sentivo l'esigenza di omaggiare uno dei miei riferimenti musicali di sempre, John Surman, e la sua formazione "The Trio".

JC: La vostra è una formazione "anomala" nel senso che alla batteria anziché il contrabbasso viene affiancato il violone, uno strumento dal suono più stridente, che altera gli stilemi classici del jazz, ma offre maggiore tensione acustica e profondità lirica.
FC: È stata una scelta di Luca che, di fatto, si sposa con l'approccio e la poetica musicale che ci caratterizza. Hai utilizzato due espressioni molto interessanti: "tensione" e "profondità lirica". Le ritrovo in continuazione se penso al modo di suonare di questa formazione. Tensione improvvisativa che si alterna ad un lirismo che spazia tra musica scritta e non. Credo molto a questi due stilemi che, insieme ad altri, caratterizzano il nostro trio. Da un lato, infatti, esiste l'esigenza di espletare un approccio all'improvvisazione che nasce dal mio sentire – approccio che, condiviso con gli altri due musicisti, trova terreno fertile per emergere e farsi spazio tra le note -. Dall'altro scelgo il lirismo che esalta la funzione di redenzione che la musica, a mio modo di vedere, restituisce a chi suona (e a chi ascolta) donando pace interiore in risposta al vissuto quotidiano.

JC: Il progetto nasce sulla scia di quello di The Trio, formato da John Surman, Barre Philips e Stu Martin, che traeva spunto dalla musica sciamanica e che raccoglieva un prezioso sentire durante gli anni '70. Come mai vi siete spinti così indietro e da dove nasce la passione per la musica sciamanica?
FC: Gli anni 60' e '70 sono il riferimento e l'ispirazione per la maggior parte dei miei lavori. Credo che quell'epoca sia l'espressione ed il punto massimo a cui si è arrivati musicalmente parlando. È come se negli anni '70, dopo aver attraversato stili e modi di fare musica differenti, ci si guardi indietro e si rompano tutti gli schemi percorsi sino ad allora. Allo stesso, tempo, sempre in quegli anni, prende vita un nuovo modo di comporre e suonare che, spesso, rimanda alle origini della vita. Da qui, atmosfere ancestrali, magiche e sciamaniche. Penso a Surman, ma anche ad altri grandi musicisti che hanno saputo tradurre nelle loro opere questa visione: Don Cherry, l'Art Ensemble of Chicago, Sun Ra e la sua Arkestra, lo stesso quartetto di Coltrane nella fase finale di vita.

JC: Gran parte delle composizioni sono originali. Come hai conciliato la tua forte passione per le musiche tradizionali con suoni che provengono da lontano e per nulla occidentali?
FC: Diciamo forse il contrario. Ho da sempre, da quando mi sono affacciato alla musica jazz, avuto un senso di trasporto e ispirazione verso la musica "lontana" e non occidentale. L'aver poi esplorato anche quest'ultima, nella sua componente folkloristica e tradizionale, è stato il completamento di un viaggio che – di fatto – è iniziato con i miei studi classici. È come se dentro di me convivano due mondi contrastanti a prima vista, ma che spesso nelle mie composizioni hanno la possibilità di incontrarsi: l'universo improvvisativo che si ispira alle origini dei tempi e quello compositivo, figlio di una cultura occidentale all'interno della quale sono cresciuto e alla quale appartengo.

JC: Il suono di WE3 possiede una timbrica possente, avvolgente che fa il paio con la fluente e magmatica forza della musica. Una sorta di rituale mistico. Dal punto di vista progettuale era questo il vostro fine ultimo?
FC: Assolutamente sì, in coerenza con la poetica musicale che mi caratterizza. Credo che suonare musica con tale approccio possa restituire emozioni altrettanto possenti e forti a chi ci ascolta. L'esigenza di comporre e suonare in questo modo, come dicevo, nasce in primis da un mio sentire personale e da un mio intendere la musica come un magma che si fa strada negli angoli dell'anima occupando, con forza e vigore, tutti gli spazi disponibili. Il misticismo e l'aspetto ancestrale (e quindi magico, oscuro, non razionalizzabile), sono gli altri elementi che completano la mia visione musicale. Il lavoro di WE3 rispecchia tutte queste caratteristiche.

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