Dino Betti Van Der Noot - The Silence of the Broken Lute PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Montano   
Giovedì 09 Dicembre 2021 00:00


Dino Betti Van Der Noot - The Silence of the Broken Lute

Audissea - 2021

Dino Betti Van der Noot: compositore, direttore
Alberto Mandarini: tromba, flicorno
Giampiero Lobello: tromba, flicorno
Paolo De Ceglie: tromba, flicorno
Mario Mariotti: tromba, flicorno
Luca Begonia: trombone
Stefano Calcagno: trombone
Enrico Allavena: trombone
Sandro Cerino: sax contralto, dizi
Andrea Ciceri: sax contralto, flauto
Giulio Visibelli: sassofono tenore, flauto
Rudi Manzoli: sassofono soprano, sassofono tenore
Gilberto Tarocco: sassofono baritono, clarinetto soprano, clarinetto basso
Luca Gusella: vibrafono
Emanuele Parrini: violino, viola
Niccolò Cattaneo: pianoforte
Filippo Rinaldo: tastiere
Vincenzo Zitello: arpa celtica
Gianluca Alberti: basso elettrico
Tiziano Tononi: batteria, percussioni
Stefano Bertoli: batteria
Federico Sanesi: tabla, percussioni

Dino Betti Van der Noot riassembla la sua orchestra, seppur virtulamente, perché l'incisione si effettua a distanza, per un nuovo capitolo della sua discografia, informato decisamente dal suo stato d'animo attuale, messo alla prova dalla situazione drammatica, angosciante, vissuta durante la pandemia.
I titoli dei cinque brani, con reminiscenze letterarie assortite, infatti, si rifanno in qualche modo tutti, in maniera diretta o indiretta, al periodo di lockdown, ai silenzi assordanti, alle paure, alla voglia di ritornare a riprendersi in mano la vita, come si svolgeva precedentemente. Quattro dei cinque pezzi sono inediti, mentre vi è la riproposizione di Here comes the springtime, apripista di un fortunato cd inciso nel 1985, quasi un inno alla speranza in un futuro migliore. I musicisti del suo ensemble sono tutti confermati, perché ormai si è raggiunto un tale livello di complicità che è sufficiente un cenno, una breve indicazione, per ottenere un feedback immediato fra maestro e strumentisti.
Le composizioni di Dino Betti si snodano su sentieri accidentati, dove la linearità è un'ipotesi tutta da verificare, semmai da conquistare, all'interno di un equilibrio complessivo giocoforza instabile. Si alternano, infatti, impennate subitanee e inaspettate, a momenti ariosi, di una calma vigile, viva. Non c'è niente di scontato nello sviluppo dei vari pezzi. La sorpresa è sempre in agguato. Va sottolineata, ancora una volta, la felicità di certe scelte armoniche e melodiche, solo apparentemente in controtendenza, in realtà collegate al modus operandi delle big-band degli anni cinquanta, nei loro esempi migliori e alla tradizione sinfonica del genere romantico. L'orchestra si scinde spesso, poi, in gruppi di poche unità, mentre il grosso della band appare perentoriamente per enunciare all'unisono stacchi compatti, blocchi di accordi che danno le cesure all'interno delle sequenze o servono semplicemente a frazionare il discorso globale in parti definite. I solisti, come d'abitudine, aggiungono un qualcosa di personale, nelle pieghe di un percorso programmato nei dettagli a monte. Si distingue in particolare Sandro Cerino, tumultuoso e caricato a mille al sax contralto e poetico, meditativo al dizi, sorta di flauto orientale. Non è da meno Rudi Manzoli al sax tenore in Here comes the springtime, in un intervento volto in diagonale, molto black, nel carattere e nella timbrica. Spargono energia e calore, ancora, Mario Mariotti alla tromba e Andrea Ciceri al sax contralto in un dialogo adrenalinico in Our Nostos, forse la traccia migliore dell'interno album. Il tabla e l'arpa celtica servono, inoltre, per offrire determinati colori all'insieme, non certo per introdurre influenze etniche e far pensare ad una idea di world music. Sgombriamo il campo da possibili equivoci. Siamo lontani da questo tipo di ambito. Tutte le voci concorrono di concerto, per contro, a creare il suono, pieno e su più piani espressivi, riconoscibilissimo delle orchestre dirette dal musicista milanese, dopo l'ascolto di poche battute.
In conclusione, "The silence of the broken lute" è un'altra perla della produzione di Dino Betti, un vero aristocratico del jazz, nel senso che la sua musica ha una nobiltà di tratto, una eleganza, che vengono fuori nettamente in ogni passaggio. Questo è, infine, sicuramente uno dei suoi migliori dischi in assoluto, ma non ci sarebbe da meravigliarsi se la prossima incisione mettesse in crisi questa affermazione e fosse ancora di un livello più alto. Diavolo di un Dino Betti!

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