Finnish Jazz. Intervista. Jarmo Savolainen

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Intervista a Jarmo Savolainen


Recensione a Soloduotrio

Jazz Convention: Qual è stato il punto di partenza del progetto Soloduotrio?


Jarmo Savolainen: Il lavoro è cominciato quando ho realizzato un piano solo per la radio finlandese YLE nel dicembre del 2002. Avevo in programma di fare un’altra sessione qualche tempo dopo, ma, nel frattempo, altre idee venivano fuori. Avevo già registrato un piano solo negli anni ’90; perciò, avendo già avvito la collaborazione con Sonny Heinilä and Maria Ylipää, ho deciso di realizzare un disco che avesse qualche accento e qualche suono in aggiunta a quelli del pianoforte. Lo stesso Klaus Suonsaari della casa discografica (KS Jazz – n.d.t.) ha visto le potenzialità genuine proprie dell’idea di avere al mio fianco, in questo lavoro, questi due musicisti.

JC: Cosa ti ha portato a collaborare con Sonny Heinilä e Maria Ylipää? Quali sono le loro caratteristiche che hai sfruttato in Soloduotrio?


JS: Ho suonato con Sonny, a più riprese, nel corso degli ultimi vent’anni, Perciò conosco al meglio la sua abilità musicale, il suo linguaggio, e, negli ultimi tempi, ha esplorato davvero a fondo le sue capacità espressive, in un modo decisamente personale. Inoltre lui ha la forza di condurre, prendere sulle sue spalle l’intero peso di un concerto.. e in questo mi somiglia. Le stesse cose ho cercato in Maria, ovviamente con le differenze legate alla persona. Maria è una musicista dotata di un straordinario talento naturale. É una grande interprete ed è un piacere essere sul palco con lei, ha una bellissima voce, dall’intonazione perfetta. Anche lei ha una fortissima individualità e, con lei, mi trovo veramente bene. In verità non li ho “sfruttati”: ho lasciato che si sentissero a proprio agio, che esprimessero loro stessi, cosa che, a mio avviso, è il mio miglior complimento tu possa fare ai musicisti che suonano con te ed è una cosa che ho potuto vivere in poche occasioni.



JC: Il rapporto con i musicisti con cui lavori: come le caratteristiche degli altri musicisti cambiano, se la cambiano, le direzioni della tua scrittura?


JS: Io scrivo la mia musica in diverse maniere. A volte mi succede di sviluppare un’idea presa chissà dove e pensare solo in un secondo momento quale possa essere il gruppo e la strumentazione adatta per quel brano. In un certo senso si potrebbe parlare di musica “assoluta”. Altre volte, ho il suono di uno specifico musicista nella mia testa e questo mi fa sentire, e scrivere, qualcosa che possa essere tagliato sul gruppo che sto ascoltando. La cosa divertente è che, poi, non necessariamente il tutto si realizza come lo si è pensato. Se, per esempio, penso al suono di Maria Ylipää, la cantante di Soloduotrio, e compongo un brano, magari, va a finire che poi venga eseguito dal vivo on il mio trio strumentale o con qualunque altra mia formazione… e viceversa…



JC: Soloduotrio live. Come funzionano i concerti di questo progetto?


JS: Rispetto al CD, è più “democratico”, nel senso che siamo sul palco tuti e tre insieme per più della metà del concerto. Io e Sonny eseguiamo un paio di brani in solo a testa, e suono, sia con Sonny che con Maria, un paio di duetti.



JC: Scrittura e improvvisazione. L’importanza di questi due fattori nella tua musica.



JSSuonando con un piccolo gruppo, come in questo caso, cerco di non essere troppo restrittivo, nel senso che lascio libertà ai musicisti di improvvisare su quello che scrivo. Ci sono momenti con maggior arrangiamento o parti scritte proprio per creare un contrasto con un trattamento maggiormente libero della musica. In generale, mi piace la libertà, o, quantomeno, la possibilità della libertà.


JC: La parte emotiva della tua espressione musicale.


JS: Beh… questa è una domanda alla quale è difficile rispondere… Spero, e credo, che la mia musica contenga un ampio spettro di emozioni. Non mi piace suonare, per tutto un concerto, lo stesso tipo di brani, con lo stesso formato; oppure registrare un disco che non abbia e continuità tensione musicale Per questo, cerco di prestare la massima attenzione, nella compilazione di un cd o di una scaletta, al fatto che ci siano atmosfere e tipi di brani differenti tra loro in modo da far scaturire emozioni negli ascoltatori e in modo che, anch’io, possa suonare in modo non noioso oppure troppo prevedibile.



JC: “Do I care?”… di cosa? Ascoltando il brano (che apre Soloduotrio – n.d.t.), ho pensato che tu non volessi preoccuparti del dilemma tra musica classica e jazz e che volessi andare direttamente all’emozione, al tuo bisogno espressivo…


JS: Si può dire che è un gioco con un fondo di verità. In un certo senso la risposta è nella tua domanda. Io non vedo molti dilemmi, la musica è musica in sé.



JC: In un certo senso, questo è uno degli obiettivi di VAJA (n.d.t.)?


JS: VAJA è un veicolo, aperto, per i compositori che si muovono intorno al jazz per esprimersi in modo lievemente differente e creare atmosfere diverse da cui partire… in una sola parola: sì.



JC: Puoi parlarci delle attività di VAJA?


JS: VAJA ha ancora una storia abbastanza breve. Abbiamo cominciato nel 2003, con un concerto di musica scritta per un quintetto di fiati di formazione classica: flauto, clarinetto, oboe, corno francese e fagotto. Musica quasi completamente scritta da otto compositori, che però includeva alcuni spazi per l’improvvisazione. Nel 2004 abbiamo realizzato un concerto per un quartetto od’ archi classico e un quintetto con il pianoforte: La musica è stata scritta da dieci musicisti con lo stesso approcci di base. quest’anno non abbiamo potuto realizzare concerti ma nella prossima primavera ci sarà un concerto per un quartetto di sassofoni e forse, in questa occasione, ci sarà più spazio per l’improvvisazione vista la presenza sul palco di musicisti jazz. La nostra idea principale è quella di esplorare formazioni che hanno una storia lunga e che, perciò, abbiano una vastissima quantità di materiale scritto per esse.



JC: L’esperienza del piano solo. Come utilizzi questo linguaggio?


JS: C’è una lunga storia che accompagna il piano solo, sia nel campo della musica classica che nel jazz. Sono abbastanza fortunato nel suonare bene questo strumento al punto di comprenderne le possibilità e le potenzialità. In questo modo, il mio piano solo si muove liberamente a partire dalle esperienze fatte in entrambi i campi.



JC: Parliamo del tour sudamericano. Puoi parlarci di questa esperienza?


JS: Sono stato molto felice di aver avuto l’occasione di poter andare in Venezuela e suonare per delle persone davvero entusiaste. Io non avevo aspettative di nessun tipo e sono andato lì con un atteggiamento davvero ricettivo. Adesso, e sono molto contento di questo, andremo di nuovo in Sud America e suoneremo in Brasile e Argentina.



JC: Le differenze e i punti in comune tra Soloduotrio e il disco che hai realizzato con il tuo trio e Eric Vloeimans?


JS: Beh, in primo luogo ci sono due gruppi diversi. Soloduotrio è, in un certo senso, un disco e un gruppo di musica da camera: richiede condizioni particolari, ad esempio, per la qualità del pianoforte e in generale per l’acustica. Il mio trio con Eric Vloeimans è un gruppo jazz a tutti gli effetti, può funzionare in ogni situazione, ed è più aggressivo nel suo stile e nella sua formazione. Ma in entrambi i casi, si lavora sulla stessa idea di libertà di espressione.



JC: Il pianoforte e il Fender Rhodes danno effetti diversi alla musica. Come cambia la tua scrittura, nell’utilizzo di questi due strumenti?


JS: Non particolarmente. Io scrivo in varie maniere, senza strumenti, con il pianoforte acustico, con il Rhodes, con i sintetizzatori. É una cosa alla quale non presto particolare attenzione, dipende da come sento il pezzo, da come penso che il brano possa migliorare se lo suono con il pianoforte piuttosto che con il Fender Rhodes.


JC: Qual è il tuo punto di vista sulla scena jazz finlandese?


JS: É una situazione strana. Ci sono moltissimi buoni musicisti e compositori, alcuni davvero ottimi e di livello internazionale, ma le possibilità di suonare sono scarse al di fuori dei festival e c’è un pubblico decisamente inferiore rispetto a quello della musica classica. Spesso è difficile per i finlandesi comprendere i talenti che nascono in Finlandia, sfortunatamente non siamo l’unica nazione con questo problema. L’aspetto positivo è che molti musicisti sono, allo stesso tempo, di livello internazionale e presenti sulla scena finlandese e questo spinge le persone a proseguire la loro carriera con molto più entusiasmo.