Charles Lloyd Quartet – Mirror

Charles Lloyd Quartet - Mirror

ECM Records – 2176 – 2010




Charles Lloyd: sax tenore, sax soprano, voce

Jason Moran: pianoforte

Reuben Rogers: contrabbasso

Eric Harland: batteria






Nel dicembre californiano del 2009 Charles Lloyd faceva ingresso negli studios Sound Design di Santa Barbara per incidere un altro atto d’amore verso il jazz. La voce dei suoi sassofoni sembrano non pronunciare parole sofferte, amare. Semmai disciolgono eventi nella narrazione, nel ricordo breve di uno standard inamovibile come I fall in love too easily.


Tutto appare adesso chiaro, sereno, nella placidità del mantra coltraniano di cui Lloyd resta fulgido erede. Così come la formazione che lo accompagna. Coesa e oramai compatta dentro un unico suono che è un continuum di arte, sensazioni, vocaboli distinguibili da sempre. Il linguaggio di Lloyd proviene dal suo stesso karma. Da un’aura fortemente attiva, cangiante di colori e speculare dentro e fuori l’anima del Maestro.


Jason Moran è oggi l’alter ego più affidabile, il partner musicale che percepisce le intime idee del sassofonista, ancor prima che nascano. Lo segue replicando un fraseggio o se ne allontana sommessamente nella medesima linea improvvisativa.


Eric Harland dispiega disegni sui piatti, nei guizzi di vamp sul rullante o nei disinvolti splash, malgrado ballad cui l’ombra desueta e ancor più creativa diviene infine essenziale.


Parlano di pezzi d’arte come Go Down Moses o Desolation Sound, quasi a prolungare dall’inizio alla fine una lunga suite di settantatrè minuti.


Mr. Rogers (Reuben di nome, nato nelle Isole Vergini il 15 novembre 1974), alquanto vicino al corposo pizzicato di Jimmy Garrison, impersona la centralità della scena, raggruppa il cenacolo degli intrecci disponendo le trame non solo ritmiche del romanzo.


Così le pagine scorrono quiete, anche quando svolazzano tremanti nel lentissimo flamenco di La Llorona o nella giostra semantica di Caroline, No.


Questo è il Lloyd che tutti conosciamo: narratore di “canzoni” senza tempo che resteranno simboliche negli anni a venire. Come facevano Trane e Mc Coy Tyner, Chet e Paul Bley, Monk e Charlie Rouse e altre storie di uomini e di donne mai lasciate alle spalle. Non a caso nel disco si materializza un il dittico monkiano tra i più emozionanti: Monk’s Mood e Ruby, My Dear.


Standard, o come dicevamo “canzoni” che Lloyd reinterpreta prendendo spunto da suoi vecchi lavori pubblicati su ECM già di per se indimenticabili nel vasto songbook del nostro (Lift every voice and sing e The Water is Wide tra tutti).


Mirror è un altro capolavoro da aggiungere nella lunga lista di dischi che il grande settantaduenne sassofonista di Memphis ci ha oramai abituati ad amare. Incondizionatamente.