Kit Downes Trio – Quiet Tiger

Kit Downes Trio - Quiet Tiger






Kit Downes: pianoforte

Calum Gourlay: contrabbasso

James Maddren: batteria

ospiti:

James Allsopp: sax tenore, clarinetto basso

Adrien Dennerfeld: violoncello








Non solo Mike Westbrook, Keith Tippett o il ben più giovane Gwilym Simcock (prescindendo dall’oltraggiosa cortina di misconoscimento finora inflitta all’immenso Howard Riley) possono testimoniare il nitido contributo british al pianismo jazz: l’ultimo decennio vede affermarsi a rapidi passi un giovanissimo talento di forte formazione accademica ma anche precoce animatore di variamente coloriti palcoscenici, e anima di giovani formazioni britanniche quali Empirical o Troyka.


Kit Downes si ripresenta formalmente con maggior impegno e spessori rispetto al precedente, pur brillante, Golden (del 2009) che esplicitava sonorità squillanti ed ariosità di vedute: Quiet Tiger mostra un incedere più drammaticamente cupo e morfologie più concrete, fondandosi sulla peculiare amalgama timbrica con il clarinettista-tenorista James Allsopp (figura di punta dell’eclettico quintetto Fraud) e il modulante basso continuo del cello del multistrumentista Adrien Dennefeld, a completare il trio che, a tre anni di vita e attività, si fondava sul contrabbasso di Calum Gourlay e il set di pelli e cimbali di James Maddren, anch’essi definiti cadetti della Royal Academy.


Privilegiando una fumosa timbrica da club (pervasivamente consolidata dal doppiaggio dell’acre e spettrale registro basso del clarino nell’iniziale Boreal), compattandosi nel free-ing di Frizzi-Pazzi o The Wizards, issandosi sulle solide scie del cello di Dennefeld nelle marciante, eloquente Tambourine (per cui si sono chiamati in causa i moduli fraseologici del Jarrett vecchia maniera), sciogliendo più decisi impeti melodici nel richiamo tirolese (ma solo nel titolo) di In Brixen, scandito dalle sensibili quanto determinanti flessibilità ritmiche dell’interessante coppia ritmica, trovando grande punto di coesione nelle forze tenoristiche di Allsopp, dai possenti accenti bop, il pianismo di Downes, graziato di “carisma gentile” e “cinematica capacità narrativa”, in apparenza lucidamente distratto, è toccante per la sensibilità insieme ariosa e coagulante, aprendosi senza lacerazioni a vedute oltre l’orizzonte dello standard, in uno stile di ampio respiro fissato da un’incisione che premierà il riascolto con assortiti punti di forza ed originalità.