Slideshow. Luigi Ranghino

Foto: da internet










Slideshow. Luigi Ranghino.


Jazz Convention: Luigi, a cosa stai lavorando in questo periodo?


Luigi Ranghino: Sto lavorando con Denis Longhi dei Noego ad alcune sonorizzazioni di vecchi film muti (ad esempio La terra di Dovzenko, i cortometraggi di Man Ray e altri ancora) e qui, con Denis uso strumentazione elettronica, invece del tradizionale pianoforte. Lavoriamo molto sul suono ed è, per me, davvero stimolante.



JC: Facciamo un passo indietro: mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?


LR: Accidenti, ahimè, sono passati davvero molti anni, forse troppi… Credo che il linguaggio dei suoni sia stato il mio primo linguaggio. Il ricordo: sicuramente mio padre al piano! Non era professionista, ma era molto bravo. Una memoria musicale incredibile. Suonava e conosceva centinaia di brani. Suonava tutti i giorni, ma era davvero bello svegliarsi la domenica mattina con il suono del piano suonato da lui. Non improvvisava, ma suonava spesso temi che non erano altro che i cosiddetti standard.



JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista jazz?


LR: Ricordo che mio padre aveva un disco di Oscar Peterson, pianista che ho sempre apprezzato, e anche studiato, ma che non si è rivelato nel tempo il mio favorito. Mi aveva colpito molto. Ascoltavo di tutto. Da mia madre ho ereditato la passione per l’Opera, poi la musica leggera, il rock – conservo gelosamente alcuni LP originali dei Deep Purple o dei Led Zeppelin! – e tanta musica classica. Ma ricordo con molta precisione di aver detto – a sei anni circa – che semmai avessi fatto il pianista mi sarebbe piaciuto suonare in quel modo lì. Avevo detto in “quel modo lì”, non “quella cosa lì” perché non capivo cos’era. Era Jazz.



JC: E a scegliere il pianoforte invece di un altro strumento?


LR: Beh, qui è un po’ più facile. C’era un pianoforte in casa… Quasi inevitabile, anzi: inevitabile!



JC: Ha ancora un significato oggi la parola jazz? Ma cos’è per te il jazz?


LR: Direi di si. Seguire il Jazz e, forse, chi lo suona – i jazzisti, i veri improvvisatori – non è facile. A volte la tensione creativa, l’energia che cogli dalla musica, dai musicisti con cui suoni, ciò che ti sta attorno, un pubblico che ti ascolta, sia numeroso o no, l’energia che tu “ritorni” improvvisando, non coincide con una “bella” musica. Una “bella” melodia, una “bella” armonia. Forse si potrebbe sostituire la parola “bella”, con “piacevole”. E’ una musica da vivere, da vedere. Credo che non abbia bisogno di una grande preparazione per essere seguita, ascoltata, vissuta. Non è necessario. Anzi, forse il contrario: devi essere solo “libero” per fare in modo che ti entri dentro…



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nel piano, nella musica, nella cultura, nella vita?


LR: Per il pianoforte, la Signorina Sacchi è stata la mia prima insegnante. Dolcissima, le devo molto. Senza di lei avrei probabilmente smesso, non giocavo proprio male a calcio!!! Poi il Maestro Barasolo, davvero un bravo insegnante avrei sicuramente continuato gli studi con lui se non avessi sentito l’esigenza di vivere, come dire… più immerso nell’ambiente musicale. Mi sono quindi, come studi, trasferito a Milano dove ho conosciuto e studiato – grazie ad una cara amica comune, Laura Bosio – per parecchi anni con Carlo Pestalozza. Beh, la mia vita, musicalmente e non solo, è cambiata. Grande musicista e grande uomo, la musica studiata con lui, i concerti… A lui devo quasi tutto. Serietà, professionalità, precisione. Tanto lavoro. Grande umanità.



JC: Ma non è finita qui…


LR: L’altro incontro straordinario è con Franco D’Andrea. Un rapporto che continua tutt’ora. Che dire, Franco è il Jazz. Appena posso vado da lui. Passiamo mattinate a parlare di musica. Monk, Davis, Coltrane, progetti. Torno a casa carico. E’ un vulcano di idee: ha 70 anni e non si ferma mai! Incredibile! Un altro incontro decisivo è stato con l’attore-mimo Johnny Melville. Con lui ho imparato a stare su un palco e ho girato il mondo: Cosa chiedere di più? E tanti altri…



JC: Chi, ad esempio?


LR: I musicisti vercellesi che mi hanno “iniziato” al Jazz: Gianni Dosio, Piero Pollone, Sergio e Renzo Rigon. I musicisti con i quali collaboro da anni, Claudio Saveriano, Francesco Aroni Vigone, Roberto Sbaratto, i musicisti con i quali ho iniziato a collaborare, Denis Longhi e i Noego. Gli allievi. Da loro continuo ad imparare. Tutti quanti hanno contribuito alla mia formazione. A tutto tondo. Ma vorrei ricordare i miei genitori. L’onestà, la serietà, la passione. Il sorriso sempre presente di mia madre.



JC: Il momento più bello della tua carriera di musicista?


LR: Difficile dire. Ogni tanto mi fermo e cerco nella mia memoria, ma… Il prossimo! Sono sicuro che sarà il prossimo.



JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?


LR: Stiamo vivendo momenti difficili, probabilmente di transizione. Penso che la musica ci possa aiutare. Cioè, il fare musica. L’approccio, intendo. Anche suonando musica semplice, o che, per esempio, serva anche solo per divertirsi, ballare. Ecco mi piace collaborare con musicisti che anche in queste situazioni riescano a cogliere la spiritualità dei suoni. Ogni nota deve significare qualcosa. E quando la gente osserva un gruppo suonare, dovrebbe vedere una persona sola.



JC: Progetti per il futuro a livello musicale?


LR: Sto lavorando al progetto dedicato alla musica di Piero Umiliani, nato in occasione del Terzo Festival Jazz Re:found 2011, con Francesco Aroni Vigone al sax, Luca Calabrese alla tromba, Paolo Zucchetti alla chitarra, Marcello Testa al contrabbasso, Samoel Scotton alle percussioni e Claudio Saveriano alla batteria. Realizzeremo un cd che sarà una registrazione live al Blue Note di Milano.