Dino Betti Van Der Noot – September’s new moon

Dino Betti Van Der Noot - September's new moon

SAM Productions – SAM 9036 – 2011




Dino Betti Van Der Noot: composizione, arrangiamenti

Ginger Brew, Sofia Woodpecker: voce

Alberto Mandarini, Alberto Capra, Gianpiero Lo Bello, Marco Fior, Luca Calabrese: tromba, flicorno

Humberto Amesquita, Carlo Napolitano, Francesca Petrolo: trombone

Gianfranco Marchesi: trombone basso

Francesco Bianchi: sax alto, clarinetto

Sandro Cerino: dizi, piccolo, flauto, flauto alto, clarinetto, clarinetto basso, sax alto, sax soprano

Giulio Visibelli: banzuri, flauto, flauto alto, sax tenore, sax soprano

Gilberto Tarocco: flauto, clarinetto, sax baritono

Claudio Tripoli: flauto, sax tenore

Vincenzo Zitello: arpa

Luca Ventimiglia: vibrafono

Emanuele Parrini: violino

Alberto Tacchini: pianoforte

Matteo Corda: live electronics, sound programming

Vincenzo Alberti: basso elettrico

Stefano Bertoli, Tiziano Tononi: batteria, percussioni






Dopo una lunga assenza dalle pubblicazioni discografiche, Dino Betti Van Der Noot produce il quarto lavoro in sei anni: September’s new moon segue Ithaca/Ithaki, The Humming Cloud e God Save The Earth e viene dato alle stampe, come i precedenti in un anno dispari.


Il presupposto della scrittura di Dino Betti Van Der Noot affonda in una melodica visionarietà. L’orchestra di conseguenza non è gestita secondo le tradizionali sezioni, ma strumenti, linee melodiche e cellule sonore vengono gestite in maniera variabile a seconda dei casi, passando da momenti affidati all’ensemble completo a passaggi riservati a pochi musicisti. Il compositore predispone strutture complesse, fortemente legate alla scrittura e alle combinazioni innescate da quella scrittura e dagli arrangiamenti, dove ogni musicista arriva a fornire il proprio contributo al risultato generale attraverso l’incontro e l’equilibrio delle diverse linee.


Se la dimensione è quella libera dagli schemi del free, Dino Betti Van Der Noot la utilizza a vantaggio della propria scrittura. In questo modo, l’utilizzo di linee “dichiaratamente” melodiche – nella maggior parte dei casi, dal tono non estremo e dallo sviluppo non spigoloso – diventa la chiave per poter esplorare situazioni sonore particolari grazie agli incroci e ai meccanismi posti in essere dal compositore. La libertà e la sperimentazione derivano, in pratica, da come vengono ad essere combinati tra loro gli interventi affidati a ciascun solista, dal modo in cui il “regista” decide di accostarli e di disporli di fronte all’ascoltatore.


La scelta di strumenti, musicisti e ruoli diventa un ulteriore livello di composizione. La “squadra” messa insieme da Dino Betti Van Der Noot rivela la presenza di musicisti esperti e apprezzati, la ricerca timbrica riporta in evidenza – arpa, vibrafono e violino in prima battuta, ma anche il cantato di Ginger Brew in When love fails, l’uso ampio delle percussioni, la doppia batteria e la varietà dei fiati – una visione acustica e materica del suono, una serie di soluzioni tali da garantire una vasta espressività all’ensemble, soprattutto nei momenti più dilatati, quando alcuni strumenti inseriscono frasi di contrappunto o interventi di sostegno al filo narrativo del brano.


Il “poema sinfonico di stampo jazzistico” – per utilizzare la precisa sintesi di Luca Bragalini – prevede che ogni musicista sia sempre solista, rispettando però in maniera ferma il dettato della composizione. In questo modo Dino Betti Van Der Noot mantiene saldo lo sviluppo complessivo del lavoro e a contenere le potenziali esplosioni divergenti della formazione.


Lo stampo jazzistico si manifesta attraverso riletture e confronti con quanto già accaduto nella storia del jazz, in special modo nelle formazioni ampie, come il dixieland – per quanto stravolto e ricombinato, ma ugualmente festoso – della seconda parte di To Those Who Loved Us – To Those Who’ll Love Us o alcuni riferimenti alle eseprienze orchestrali dei primi anni settanta. Oppure, ancora, nelle intenzioni blues – aperte alla stratiicazione delle voci e totalmente riviste nei suoi cardini – presenti in Bluesea. L’approdo al jazz si rivela evidente e naturale attraverso la pronuncia dei solisti e la loro capacità di ricercare con costanza il dialogo quando le linee si incontrano.