Roccella Jazz 2012. Alla Turca! (Parte V)

Foto: Romualdo Del Noce





Roccella Jazz 2012. Alla Turca! (Parte V)


(segue dalla quarta parte)



“Cose Turke” è stato il sottotitolo e l’ideale trait-d’union della manifestazione 2012 di Roccella Jazz, mantenendo peraltro in modalità corposa nei fatti l’incursione di questa frangia d’Oriente, non solo nei tratti ispiratori quanto nella rappresentazione concertistica ed in alcuni appuntamenti didattici in forma di incontri-conversazioni


Quanto agli esiti dell’interfaccia tra la nostra cultura e quella turco-ottomana, già vari autori, dai barocchisti fino al divino Amadeus Mozart, operavano una buona dose d’importazioni di questo colore orientale, generando suggestivi ibridi, e quanto all’apporto di personalità turche nel jazz, potremmo ricordare figure del passato recente quali Ahmet Ertegün, storico talent-scout e produttore di Ray Charles, fino alle peculiari ispirazioni del percussionista anatolico Arto Tunçbojaciyan, così come il pianista classico turco Fazil Say da tempo ha dato spettacolo con improvvisazioni e “abbellimenti” in chiave palesemente jazz, in occasione di bis e non solo, dei classici pianistici.


Ad aprire la serialità degli appuntamenti seminariali, Paolo Scarnecchia, docente di Storia della Musica presso il conservatorio di Monopoli, garbato e dotto intrattenitore entro una prolungata esposizione ricca di materiali, non priva anche di apporti audiovisivi, che ha pazientemente tracciato un riesame storico della musica turca approdando sul finale ad un approfondimento delle popolare tradizione Sufi.



Jazz Convention: «Possiamo tentare un’introduzione alle musiche della Turchia per il pubblico generale?»


Paolo Scarnecchia: «Al di là della presenza e del quasi-protagonismo in questo Festival, non potrei dire che la musica turca sua di fatto molto conosciuta qui da noi. Questo patrimonio è comunque di grande varietà, e soprattutto presenta aspetti molto moderni, è in dialogo con differenti espressioni e linguaggi del mondo musicale. La Turchia si avoca una vocazione di mediatrice, a ponte tra Asia e Europa, e l’avvicendamento di tante identità avvalora il concetto che il divario tra Oriente e Occidente è sempre molto relativo. Ancora la Turchia, e pertanto la sua musica, ha una storia densa, illustre, complessa, frutto di incontri-scontri, ma comunque sempre improntata agli scambi con l’Europa ed è naturale ritrovare tutto ciò nell’ispirazione musicale. La natura modale di questa tradizione offre al musicista offre la possibilità di esplorare il mondo sonoro e la dimensione interiore. Quanto alle peculiarità strumentali, pensiamo alla speciale sonorità del flauto Ney: udiamo la canna strappata dal canneto che esprime nel suo canto il dolore del distacco, e questo vale anche per l’uomo che lo suona!»



Jazz Convention: «Il fenomeno della World-Music ha consolidato un costume di mescolanze interculturali, azzardando o forzando analogie talvolta con disinvoltura: quali legittimità, e quali rischi?»


Paolo Scarnecchia: «La distanza fra i due mondi, considerate le rispettive storie, è molto estesa: l’improvvisazione jazz ha formule e codici espressivi suoi propri, ma non è in fondo distante nello spirito dagli elementi d’improvvisazione che sono un carattere da sempre esistente nelle musiche turche. Quanto alle contaminazioni e alle mescolanze operate nel World, temo vi siano invece molti dis-incontri, o meglio più spesso falsi incontri e fraintendimenti in certe “mescolanze”: potersi destreggiare entro una cultura musicale comporta così tanta dedizione da non potersi permettere di mettere sullo stesso piano cose e materie che, così trattate, non trovano immediata ragione di fondersi.»



Differenti gli approcci e i punti di vista espressi da un altrettanto gustoso relatore: coinvolgente personaggio ed oratore, Francesco Martinelli ha espresso una visuale più trasversale, autorizzato dalla doppia militanza sia in un impegnato versante jazzistico, in quanto responsabile del centro studi presso Siena Jazz, che in una prolungata dimestichezza personale con il Paese oggetto del programma.



Jazz Convention: «Martinelli, perché la Turchia?»


Francesco Martinelli: «Vi sono anche ragioni personali in riferimento al periodo dedicato a tempo pieno a questa professione, che non volevo svolgere in un ambito ristretto né geograficamente né come genere. Ho avuto l’occasione di essere invitato a tenere lezioni e conferenze in Turchia e adesso, da dieci anni a questa parte vi passo alcuni mesi all’anno, e ciò che vi si ritrova, musicalmente, ha un’identità molto particolare e attraente per chi si occupa come me di jazz, per il rapporto con gli strumenti, l’intonazione e l’uso dell’improvvisazione. In questa musicalità ho riscontrato oltre a quella islamica (e quindi araba e persiana) e quella bizantina la presenza di almeno due tradizioni molto importanti: da una parte la tradizione zingara e balcanica, dai tratti ritmicamente diversi dalla musica europea – facendo un esempio pratico, in molti suonatori turchi di clarinetto si trovano chiaramente modalità parallele a quelle del jazz, dall’altra la forte tradizione ebraica, che ha sempre fatto parte della civiltà di Istanbul, soprattutto per una grande tradizione di musica mistica che appare a ponte tra la tradizione islamica e quella ebraica. Quanto ai personaggi di origine turca rappresentati nel jazz, citerei i fondatori della Atlantic Records, i fratelli Ertegün, figli dell’allora ambasciatore turco, intorno ai quali andò radunandosi tutta una serie di personaggi, tra cui Arif Mardin, specialista del rhythm ‘n blues, e Ilhan Mimaroglu, compositore di musica elettronica. Inoltre, Okay Temiz, percussionista particolarmente valorizzato da Don Cherry, di suo piuttosto impegnato al recupero di questa tradizione, così come alla tradizione d’Oriente in generale. Ho potuto in tempi recenti condividere il mio interesse con musicisti quali Danilo Perez, e soprattutto Charles Lloyd, anch’egli estimatore di questa musicalità, che si sono sorpresi della consistenza dei collegamenti storici.»



Jazz Convention: «Il titolo del tuo intervento, Islam Blues, prende una posizione piuttosto nitida sull’esistenza di un continuum tra la cultura musicale islamico-ottomana e quella afro-americana.»


Francesco Martinelli: «Ho espresso questa tesi, secondo cui l’influenza africana, alla base dello sviluppo del jazz, pesca le sue radici in una musicalità islamica che ha con modalità proprie attraversato l’Africa sub-sahariana, caratterizzata dal canto, dal flauto e degli strumenti a corda, tipici dell’Islam, ma che poi sono anche le componenti con cui si è evoluta la primissima musicalità afro-americana, che aveva luogo nelle campagne. Poi, il definirsi della strumentazione più tipica del jazz attuale (strumenti a fiato, piano, batteria etc.) si deve all’adozione degli strumenti delle bande e dell’orchestra, ma corrisponde all’urbanizzazione successiva di questa forma musicale. Su queste basi osserviamo la nascita del jazz, il cui successo si deve alle prime registrazioni fonografiche: se nel caso degli immigrati irlandesi o polacchi, ad esempio, le registrazioni di danze e canti tipici esitava nella vendita di alcune centinaia di esemplari, nel caso del gruppo etnico afro-americano, la prima registrazione di canto blues ebbe ben altro riscontro, attestandosi alla fine sul milione di copie: questo svelava l’esistenza di un vastissimo pubblico e ritengo fosse una base fondamentale per il successivo, enorme successo del jazz.»


Jazz Convention: «Il discorso si è dunque evoluto dall’Islam-Blues alle prime rappresentazioni dell’ascolto condiviso: e in coda alla tua relazione, l’interferenza (inevitabile) di cellulari e tablets ci ha condotti, specie in presenza degli attuali media e quindi della dispersione dell’attenzione, all’importanza non solo dell’ascolto attento e competente, ma per certi versi dell’ascolto “responsabile”.»



Francesco Martinelli: «Eh, purtroppo la questione dell’ascolto anche da parte dei musicisti è molto seria, si pensa di ascoltare digitando messaggi ma non è così. La musica ha perso molto del ruolo che aveva nella nostra società e questo si riflette nella qualità dell’ascolto, la tradizione mistica ci può anche aiutare a ricercare quell’ineffabile che è componente fondamentale del linguaggio musicale.»



Ennesimo raccordo dunque con il Direttore Artistico per scambiare un parere generale sull’impatto della “dominante” di questa edizione.



Jazz Convention: ««L’elemento delle musiche turche che ha dominato l’edizione quale forte elemento di colore come si è poi palesato nei fatti, includendo anche il valore degli importanti seminari d’accompagnamento?»


Paolo Damiani: «Non lo definirei affatto un semplice “elemento di colore”, ma piuttosto rappresenta la continuità di quello spirito di contaminazione che ha da sempre caratterizzato il Festival. Ringrazio peraltro per l’apprezzamento verso i seminari, che fanno parte integrante delle realtà sempre più diversificata della manifestazione, e la certezza di una maggior solidità di mezzi nel prossimo futuro ci permetterà di farli sviluppare ulteriormente in forma anche di didattica, corsi di formazione e quant’altro.»



In apertura della prima giornata e primo per sequenza cronologica, la suggestiva performance del duo turco, Oguz Kaan Birhekimoglu e Tahir Aydogdu (rinomato flautista nonché percussionista il primo, virtuoso di salterio il secondo) introduceva con piena suggestione e collocava “in medias res” la sequenza festivaliera presso la raccolta cornice del Convento dei Minimi.


Breve cenno per il concerto del quartetto Ayangil Ensemble, con sede a Martone e “progetto originale” del Festival (ma penalizzato dal contemporaneo svolgimento dei concerti di richiamo presso le rovine di Locri), quindi alquanto prestigiosa, in terzultima serata, la più popolare presenza del noto maestro di flauto Ney, Kudsi Erguner, apparso in evidente forma e provvisto di contagiosa verve. Piuttosto compiaciuto d’intrattenersi a fine concerto mentre chi scrive gli ricordava una sua vecchia partecipazione ad un album di svolta della nostra cantautrice Alice (profferendo anche lo ‘spiritoso’ commento: «Come no, Alice!… ma esiste ancora?”), e giocando a più riprese sul secolare tormentone: «Mamma, li Turchi!”, Erguner e il suo ensemble hanno animato un vivace concerto a parti pressoché eguali, tra il virtuosismo sapiente del qanoon di Hakan Gungor, la percussione fortemente contaminata di tratti indiani di Hamdi Hakatay, e non è passata inosservata la vocalità profonda del giovane Bora Uymaz, particolarmente apprezzato nell’intonare in modo non poi così improbabile una sorta di orazione funebre di Stefano Benni (poi seguito in un recital a parte).



Jazz Convention: «Abbiamo notato una partecipazione improntata a cordialità e grande partecipazione: come inquadrare la vostra apparizione a questo “ibrido” Festival jazz?


Kudsi Erguner: «È stata un’esperienza assolutamente straordinaria, abbiamo sentito l’ininterrotta partecipazione del pubblico, e questo ha reso noi più partecipanti, questa circolarità è ciò di cui viviamo, noi e la nostra musica. Quanto alla nostra partecipazione in un Festival jazz… l’improvvisazione è l’elemento base di questa forma musicale, così come è alla base della nostra musicalità. E la nostra musica, direi, possiamo intenderla come impregnata di uno spirito davvero molto… blues!”



Il Festival chiude il passaggio degli artisti della Turchia con l’esibizione di un non molto noto ensemble, l’Istanbul Sessions capitanato dal giovane tenorista Ilhan Ersahin. Formati evidentemente su una trasversale matrice jazz-rock (quest’ultimo aspetto evidentemente praticato dai due componenti la sezione ritmica), i quattro hanno dato vita ad uno spettacolo di facile presa e di buon riscontro (“Noi non proponiamo musica della Turchia, ma suoniamo la musica del mondo, poiché noi crediamo in un solo Mondo. E un solo amore” è stata tra le frasi più d’effetto di Ersahin), oltre alla forte richiesta discografica a fine concerto da parte del pubblico, per una performance che forse non ha inciso nel marmo dell’imperitura memoria, ma ha fortemente vissuto nell’attenzione dei presenti per lo spazio di una serata di colore (l’ultima del Festival peraltro), di una manifestazione che ha ancora una volta dimostrato e confermato i suoi tratti d’originalità.



(segue nella sesta e ultima parte)