Frames of Crimson

Frames of Crimson

Via Veneto Jazz / Jando Music – VVJ 114 – 2017





Bebo Ferra: chitarra

Paolino Dalla Porta: contrabbasso

Fabrizio Sferra: batteria

Gianluca Petrella: trombone






Un trio di musicisti affiatati da numerose esperienze in comune. Un ospite che ha condiviso spesso il palco con loro. Un repertorio molto preciso e arduo da affrontare. Questi gli ingredienti di Frames of Crimson. Bebo Ferra, Paolino Dalla Porta e Fabrizio Sferra, insieme a Gianluca Petrella, si confrontano con la musica dei King Crimson e con la personalità di Robert Fripp, uno dei personaggi più carismatici e visionari della musica del Novecento.


Cinque brani dei King Crimson e quattro originali dedicati a quattro venti – Aliseo, Zephyr, Khamsin, Mistral – costituiscono il repertorio del disco. Le tracce sono utilizzate come temi, vengono suonate senza stravolgerne i presupposti di base né l’impianto melodico: le composizioni di partenza diventano dei veri e propri standard da esplorare e sviscerare con le improvvisazioni. I temi di Fripp offrono, però, una tessitura di rimandi e suggestioni del tutto differente rispetto agli usuali standard: le sonorità presenti nei dischi della band britannica e il diverso contesto storico pongono delle precise premesse al lavoro degli interpreti. L’intervento operato dal quartetto si rivolge piuttosto alle atmosfere con cui vengono eseguiti i brani: Catfood, ad esempio, prende una dimensione più metropolitana ed elastica che mette maggiormente in risalto la venatura blues; la prima parte del tema di Moonchild affidata al contrabbasso ne sottolinea ulteriormente la vena riflessiva e lirica; In the court of the Crimson King viene riletta come una ballata acustica, morbida e malinconica. L’ossessiva e iconica frase dell’apertura di Frame by frame conduce il quartetto fino ad una improvvisazione collettiva sempre più libera e informale e si distanzia in modo netto dal passo pacato e melodico della successiva I talk to the wind, rivisitata con fedele e intenso rispetto.


Gli originali estendono gli spunti incontrati nella rilettura dei pezzi della band capitanata da Robert Fripp. Ritroviamo accenti e inflessioni, frasi e cadenze che dialogano con queste cinque composizioni e, naturalmente, con l’intero repertorio crimsoniano. Si tratta in pratica della rivisitazione di un approccio singolare, di un pensiero musicale fuori dell’ordinario piuttosto che della reinterpretazione dei singoli brani: nei dischi delle varie incarnazioni del gruppo, si susseguono combinazioni folgoranti ed inattese tra spigoli dissonanti, cavalcate frenetiche e slanci lirici, intuizioni sonore personali e istantaneamente riconoscibili, una sintesi imprevedibile tra rigore organizzativo ed improvvisazione. Un vero e proprio monumento musicale, imponente pur nella sua frastagliata strutturazione.


Se la “mole” del modello rende difficile e stimolante la sfida, allo stesso tempo c’è la strada offerta dalla presenza dai tantissimi spunti e dalla possibilità di leggerli in una maniera che unisca in modo più immediato lo spirito e la pratica del jazzista con i linguaggi propri del rock. Certo, oggi non è più sicuramente un esperimento o un salto nel buio, sono molti i lavori che hanno tracciato un ponte tra i due mondi e gli stessi protagonisti di Frames of Crimson si sono misurati con operazioni del genere: la dichiarazione fatta con il titolo del disco, però, si pone come una pietra di paragone e un riferimento estremamente forte. D’altronde, molte delle evoluzioni della musica di improvvisazione odierna hanno una efficace linea guida nella parabola artistica dei King Crimson: Ferra, Dalla Porta, Sferra e Petrella hanno reso esplicito questo legame, in questo disco, e hanno trovato così una chiave naturale per proporre ed esaminare soluzioni provenienti da ambiti espressivi diversi.


Rispetto e carattere distribuiti con misura. Frames of Crimson riesce così a non perdere mai di vista l’equilibrio tra i suoi elementi: abbastanza fedele alla matrice di partenza da non risultare pretenzioso e altrettanto libero, grazie alle composizioni originali e alla capacità di gestire gli stimoli raccolti da altri ascolti ed esperienze, da non ridursi ad un’esecuzione didascalica.



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