Nove, il disco d’esordio del trombettista Andrea Paganetto

Foto: la copertina del disco










Nove, il disco d’esordio del trombettista Andrea Paganetto




Nove è il disco d’esordio da leader del giovane trombettista Andrea Paganetto. È un lavoro in quartetto con Mauro Avanzini, Matteo Anelli e Daviano Rotella. Inoltre vi fanno parte due ospiti d’eccezione: Maurizio Brunod e Emanuele Parrini. Lo abbiamo intervistato per parlarci di questo suo progetto interessante e ricco d’intenti.



Jazz Convention: Andrea Paganetto, raccontaci di te, di come sei diventato trombettista jazz, delle tue passioni musicali e dei tuoi maestri.


Andrea Paganetto: Ho iniziato lo studio della tromba a 13 anni al conservatorio di La Spezia. Dopo qualche anno sono andato in Svizzera a Friburgo dove ho potuto studiare con il Maestro Jean Francois Michel approfondendo l’aspetto timbrico dello strumento. Nel frattempo, per molti anni, ho frequentato le lezioni del grande didatta Luigi Sechi con il quale l’interesse era rivolto maggiormente allo sviluppo della tecnica sullo strumento. Trombettista jazz lo sono diventato un po’ per caso. Sono cresciuto a Manarola dove c’è un locale in cui ogni sera si creano delle piccole jam session. Lì conobbi un bravo sassofonista americano, Wilbur Rehmann, il quale mi spinse a intraprendere lo studio del jazz! Ascolto quasi tutti i generi musicali. Ho ascoltato tantissima musica classica, il blues e ovviamente il jazz e in particolare Miles Davis, Chet Baker, Ornette Coleman, Don Cherry, Enrico Rava, Eric Dolphy, Booker Little, Jackie Mclean, Art Ensemble of Chicago e il trombettista Avishai Cohen.



JC: In particolare, cosa rappresenta per te Ornette Coleman?


AP: Ornette Coleman per me è un esempio di coraggio. Oltre essere stato ovviamente un grande musicista è stato ancor di più un uomo coraggioso che ha saputo portare avanti il suo discorso musicale uscendo dagli schemi e abbattendo un po’ di muri… Ricordiamoci che soprattutto all’inizio era molto criticato da gente come Miles Davis e Dizzie Gillespie..



JC: Una tua definizione di free jazz?


AP: Tutto ciò che è “free” a volte richiede ancora più regole. Queste regole sono più implicite e viaggiano su altri piani di comunicazione. Penso che nel momento in cui dici “suono free”, devi essere ancora più disposto ad ascoltare, a stare attento al dettaglio, ad accogliere. Ritengo che questo tipo di atteggiamento debba trovarsi in qualsiasi genere musicale ma forse nel free jazz questa capacità o meglio sensibilità deve essere ancora più accentuata proprio per non creare il caos. Questa è la mia visione di free jazz… una vera e propria definizione non riesco a dartela o, forse, non me la sento… (ride – N.d.R.)



JC: Il tuo gruppo si chiama Free Area Quartet. Quando è nato e con quale progettualità? Come hai scelto i musicisti che ne fanno parte?


AP: Il gruppo è nato nel 2015 da un’idea mia e del sassofonista Mauro Avanzini. Ci sono Matteo Anelli al contrabbasso e Daviano Rotella alla batteria. Penso che siano entrambi musicisti straordinari ma la scelta è stata fatta tenendo conto soprattutto del loro suono caldo e un po’ scuro. Mauro Avanzini lo considero un grande musicista sia a livello strumentale che compositivo e il suo suono è fantastico.



JC: Con il sassofonista Mauro Avanzini sembrate simbiotici, sia musicalmente che progettualmente.


AP: Mauro Avanzini è per me un maestro e un amico. È stato il primo a credere nella mia musica e ad incoraggiarmi all’approfondimento dell’aspetto compositivo. Gli devo molto.



JC: Nove è il tuo esordio discografico da leader. Come è nato?


AP: Nove è il frutto del lavoro svolto precedentemente con i Free Area Quartet. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di “fissare” la nostra musica ed è nato Nove. Questa esigenza è uscita fuori piano piano, un po’ in punta di piedi..



JC: Le composizioni sono tutte originali scritte da te e Avanzini. Come sono strutturati i brani? Quanto c’è di scritto e improvvisato?


AP: Black Sun e Verso il mare del nord sono due pezzi che hanno un tema e un giro armonico che viene seguito anche in fase improvvisativa. Gli altri pezzi hanno un tema con accordi per poi andare verso il free durante l’improvvisazione.



JC: Ascoltando Nove si ha l’impressione di essere davanti a un progetto che ha come fondamento la massima libertà creativa e nello stesso tempo non rinuncia all’armonia, al timbro e ad una certa melodia di fondo.


AP: Il mio studio quotidiano è molto rivolto al suono e alla sua continua ricerca. L’ idea di base di questo progetto è proprio quella di riuscire a mescolare la massima libertà espressiva e creativa con una certa identità sonora. Mi piace stare un po’ nel mezzo, un po’ sospeso tra tutti questi elementi.



JC: L’apporto di due ospiti come Maurizio Brunod alla chitarra e Emanuele Parrini al violino colorano e ingigantiscono gli spazi sonori, estendono le trame dialogiche ed accentuano la timbrica. È quello che ti aspettavi dal loro intervento?


AP: Innanzi tutto ci tengo a sottolineare che Maurizio Brunod ed Emanuele Parrini, grazie alle loro idee e personalità in fase di registrazione, hanno contribuito a impreziosire e a caratterizzare alcuni brani in maniera significativa. Innoltre è esattamente quello che mi aspettavo dal loro intervento e penso che anche a livello timbrico si siano perfettamente inseriti e amalgamati con il suono dei Free Area Quartet.



JC: Il futuro di Andrea Paganetto?


AP: Spero di poter suonare con questo progetto e riuscire a farlo conoscere condividendo le emozioni e la strada.




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