Gianni Marchetti, jazz in romanzo

Foto: la copertina del libro










Gianni Marchetti, jazz in romanzo

Gianni Marchetti. Citizen Band

Morellini Editore. 2018

Ecco un romanzo sul jazz, o meglio che parla anche di jazz, o meglio ancora in cui il jazz fa capolino fra le righe in molte parti, fino a segnarne l’imprevedibile finale dalla massima sorpresa (raccontarlo qui, significherebbe non leggere più il libro stesso). Se dunque si parla di narrativa “sincopata” è perché, del resto, Marchetti non è estraneo alla dialettica jazz/letteratura, su cui, esattamente dieci anni fa, si cimenta in liriche musicate da Andrea Trecate, che poi diventano il cd Fa rima con jazz. Sette poesie sul jazz l’omonimo reading al Novara Jazz Festival e al Festival Internazionale della Poesia di Arezzo. Ma si può altresì parlare di imprinting jazz fra le righe di una scrittura che ha i tempi e i ritmi, il fraseggio e lo charme della musica di Harlem (benché il testo italianissimo venga ambientato fra Novara e Milano), un po’ come sessant’anni fa la teorizza Jack Kerouac quando parla di prosa bop (e prosodia bebop).


D’altronde fra le varie discipline artistiche, non c’è quasi mai corrispondenza diretta, ma quasi sempre un’affinità elettiva, in cui ad esempio Ornette Coleman opti, nel rappresentare visivamente il free jazz dell’album omonimo, per un quadro in stile action painting di Jackson Pollock, il quale, anni prima, viene attirato dallo swing di Gene Krupa. Marchetti invece opta per l’hard boiled school, ossia la narrativa del poliziesco d’azione degli anni Quaranta/Cinquanta, ribaltando però taluni presupposti costitutivi, essendo Citizen Band sì un romanzo giallo (o noir), ma all’italiana, ossia dalla via comica perseguita e conclamata, forse diretta ai modelli di Andrea Camilleri. In fondo il libro di Marchetti, ispirato altresì alla recente fiction nazionale, è magari inconsciamente un peana nei confronti del solito ispettore burbero e pasticcione, incarognito e bonario al tempo stesso, verso cui l’autore nutre appunto una simpatica benevolenza.


Ma di cosa si tratta? Lo si intuisce quasi subito dal resoconto di un facchino al maresciallo. Cascione, responsabile di un trafficato ufficio di Polizia Ferroviaria: «Presso la stazione di Milano Centrale, alle ore 23:57 del 30 settembre 1978, ho notato sulla prima panchina sita al binario 12 un giovane sui 25 anni, di altezza media, vestito con un giubbone color militare modello eskimo con cappuccio e munito di sacca floscia per la stessa tinta. Steso di fianco al giovane, il cadavere di un uomo di colore, di mezza età, corporatura robusta, in frac, senza scarpe, calzini bianchi, occhi sbarrati, avambracci rigidi e protesi in avanti, mani semichiuse, come nell’atto di tenere stretto un oggetto cilindrico.»


Il giovane si chiama Ermete, vive da solo a Novara, trascorre le giornate in quattro modi: tentando pigramente la carriera artistica quale suonatore di tromba jazz; trastullandosi con diverse fidanzate con un turn over più o meno accettato dalle malcapitate; facendosi coccolare (e mantenere) dalla zia intraprendente sempre alla ricerca del principe azzurro; collegandosi radiofonicamente, in svariati momenti delle pigre giornate, con la fantomatica Citizen Band del titolo.


Cascione si mette sulle strade di Ermete a modo suo, come un detective americano bei film violenti, senza troppe regole: trova più o meno,rapidamente l’abitazione del trombettista intento a comunicare strani messaggi in codice, che fanno presumere – a pochi mesi del Caso Moro – una rete di collegamenti fra terroristi rivoluzionari. A questo punto, in un epilogo convulso, ne succedono di cotte e di crude, proprio nel momento in cui Ermete, grazie alla casuale amicizia con un’indiana metropolitana bolognese, prende fiducia in se stesso accettando di suonare in un nightclub.


Tuttavia, a parte il “magico” finale, non è il jazz il protagonista della storia, perché Cascione gli ruba la scena grazie a una presenza ingombrante, indisponente, debordante nel come vuole condurre l’inchiesta, tra interrogatori pasticciate e verità estorte a giovani prostitute, tabaccaie vogliose e poveri cristi: nel privato emerge nel poliziotto il desiderio di far carriera, ma anche di accudire la moglie o coltivare le rare amicizie dei colleghi o addirittura fra i lavoratori della stazione.

Gianni Marchetti, jazz in romanzo

Foto: la copertina del libro










Gianni Marchetti, jazz in romanzo

Gianni Marchetti. Citizen Band

Morellini Editore. 2018

Ecco un romanzo sul jazz, o meglio che parla anche di jazz, o meglio ancora in cui il jazz fa capolino fra le righe in molte parti, fino a segnarne l’imprevedibile finale dalla massima sorpresa (raccontarlo qui, significherebbe non leggere più il libro stesso). Se dunque si parla di narrativa “sincopata” è perché, del resto, Marchetti non è estraneo alla dialettica jazz/letteratura, su cui, esattamente dieci anni fa, si cimenta in liriche musicate da Andrea Trecate, che poi diventano il cd Fa rima con jazz. Sette poesie sul jazz l’omonimo reading al Novara Jazz Festival e al Festival Internazionale della Poesia di Arezzo. Ma si può altresì parlare di imprinting jazz fra le righe di una scrittura che ha i tempi e i ritmi, il fraseggio e lo charme della musica di Harlem (benché il testo italianissimo venga ambientato fra Novara e Milano), un po’ come sessant’anni fa la teorizza Jack Kerouac quando parla di prosa bop (e prosodia bebop).


D’altronde fra le varie discipline artistiche, non c’è quasi mai corrispondenza diretta, ma quasi sempre un’affinità elettiva, in cui ad esempio Ornette Coleman opti, nel rappresentare visivamente il free jazz dell’album omonimo, per un quadro in stile action painting di Jackson Pollock, il quale, anni prima, viene attirato dallo swing di Gene Krupa. Marchetti invece opta per l’hard boiled school, ossia la narrativa del poliziesco d’azione degli anni Quaranta/Cinquanta, ribaltando però taluni presupposti costitutivi, essendo Citizen Band sì un romanzo giallo (o noir), ma all’italiana, ossia dalla via comica perseguita e conclamata, forse diretta ai modelli di Andrea Camilleri. In fondo il libro di Marchetti, ispirato altresì alla recente fiction nazionale, è magari inconsciamente un peana nei confronti del solito ispettore burbero e pasticcione, incarognito e bonario al tempo stesso, verso cui l’autore nutre appunto una simpatica benevolenza.


Ma di cosa si tratta? Lo si intuisce quasi subito dal resoconto di un facchino al maresciallo. Cascione, responsabile di un trafficato ufficio di Polizia Ferroviaria: «Presso la stazione di Milano Centrale, alle ore 23:57 del 30 settembre 1978, ho notato sulla prima panchina sita al binario 12 un giovane sui 25 anni, di altezza media, vestito con un giubbone color militare modello eskimo con cappuccio e munito di sacca floscia per la stessa tinta. Steso di fianco al giovane, il cadavere di un uomo di colore, di mezza età, corporatura robusta, in frac, senza scarpe, calzini bianchi, occhi sbarrati, avambracci rigidi e protesi in avanti, mani semichiuse, come nell’atto di tenere stretto un oggetto cilindrico.»


Il giovane si chiama Ermete, vive da solo a Novara, trascorre le giornate in quattro modi: tentando pigramente la carriera artistica quale suonatore di tromba jazz; trastullandosi con diverse fidanzate con un turn over più o meno accettato dalle malcapitate; facendosi coccolare (e mantenere) dalla zia intraprendente sempre alla ricerca del principe azzurro; collegandosi radiofonicamente, in svariati momenti delle pigre giornate, con la fantomatica Citizen Band del titolo.


Cascione si mette sulle strade di Ermete a modo suo, come un detective americano bei film violenti, senza troppe regole: trova più o meno,rapidamente l’abitazione del trombettista intento a comunicare strani messaggi in codice, che fanno presumere – a pochi mesi del Caso Moro – una rete di collegamenti fra terroristi rivoluzionari. A questo punto, in un epilogo convulso, ne succedono di cotte e di crude, proprio nel momento in cui Ermete, grazie alla casuale amicizia con un’indiana metropolitana bolognese, prende fiducia in se stesso accettando di suonare in un nightclub.


Tuttavia, a parte il “magico” finale, non è il jazz il protagonista della storia, perché Cascione gli ruba la scena grazie a una presenza ingombrante, indisponente, debordante nel come vuole condurre l’inchiesta, tra interrogatori pasticciate e verità estorte a giovani prostitute, tabaccaie vogliose e poveri cristi: nel privato emerge nel poliziotto il desiderio di far carriera, ma anche di accudire la moglie o coltivare le rare amicizie dei colleghi o addirittura fra i lavoratori della stazione.