Il “Dono” di Fausto Ferraiuolo

Foto: la copertina del disco










Il “Dono” di Fausto Ferraiuolo

“Il Dono” è il nuovo e “rasserenante” disco, settimo da leader, di Fausto Ferraiuolo. È un lavoro in trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Abbiamo chiesto al pianista di parlarcene.



Jazz Convention: Fausto Ferraiuolo, il tuo pianismo lo si può inserire in quella corrente che potremmo definire contemporanea – dalle radici evansiane – che va da Brad Meldhau ai pianisti scandinavi?


Fausto Ferraiuolo: Direi di si, anche se non ho mai amato le etichette o le correnti che dicono tutto e niente. Credo che Bill Evans abbia influenzato molti di noi pianisti, tra cui lo stesso Brad Mehldau. Le radici del pianismo contemporaneo nel jazz però affondano anche nella musica classica da Chopin a Stravinsky passando anche da Ligeti, e anche nella musica popolare. Tutte queste fonti alimentano la mia musica.



JC: Di tuo c’è naturalmente la diversità data dall’essere mediterraneo e melodico per genesi, come per esempio in Rue de la Vega e in O Impro Mio…


FF: Ti ringrazio per questa domanda che mi porta ancora una volta, come in ogni mio disco, a rivelare le mie origini napoletane di cui ne vado fiero e credo che abbiano influito molto alla mia formazione stilistica. Ricordo sempre questo aneddoto di quando partecipai al famoso concorso Martial Solal a Parigi molti anni fa. Con me allora in gara c’era il pianista Antonio Faraò che dopo la mia esecuzione si avvicino e mi disse: «Ah ho capito, tu sei un romantico!». Non ho mai capito che accezione avesse per lui, ma per me è stato un complimento riconoscermi in questa diversità che spesso è soffocata nel mondo del jazz. Per me la musica deve raccontare sempre qualcosa, anche nel free più estremo. Deve essere chiaro il racconto nella testa di chi lo esegue, al di là dello stile che suona. Non può restare soltanto uno esercizio di stile.



JC: In questo tuo settimo disco da leader hai affiancato al notevole Aldo Vigorito, tuo partner storico al contrabbasso, un fuoriclasse come Jeff Ballard. È risaputo che per far funzionare la musica basso e batteria devono essere simbiotici e devono andare d’accordo. Come è stato con loro due? E come si è approcciato Ballard alle tue composizioni?


FF: È stato magnifico! Con Aldo c’è un affiatamento e un’intesa sin dagli inizi della mia carriera. E sempre un piacere suonare con lui. Con Jeff non avevo alcun dubbio che si sarebbe creata quella magia inspiegabile. È una personalità forte e di grande duttilità. Difatti fin dalle prime note sapevo che cosi sarebbe andata. L’approccio di Jeff alle mie composizioni è stato molto naturale e spontaneo, come se avessimo sempre suonato assieme. Il suo drumming ha saputo valorizzare ogni mia composizione. Per esempio nel pezzo “Baires” sarebbe stato molto facile scivolare in una ritmica scontata, magari facendo accenni alla musica sudamericana. Jeff è riuscito sempre a tenere viva la tensione senza nessun cedimento e senza banalizzarne il ritmo. La stessa intesa è avvenuta tra Jeff e Aldo.



JC: Ascoltando “Il Dono” è evidente come le tue composizioni tendono a creare immagini e rappresentazioni molto simili a quello che esprime il cinema.


FF: Si, è vero, ne sono consapevole. Non è a caso che da sempre ho collaborato con registi di cinema e di teatro. Oltre al mio trio, dal 2012 ho creato assieme al regista Gustavo Giacosa una compagnia teatrale dove il ruolo della musica è parte fondamentale alle creazioni.



JC: Non mancano nella tua musica i richiami al mainstream più nobile, da Hank Jones a Cedar Walton, come in Astavo Blues.


FF: Per me un pianista di jazz, per definirsi tale, non può prescindere dalla conoscenza e la padronanza del linguaggio tradizionale del jazz. Ad un certo punto del mio percorso ho sentito necessità di continuare ad approfondirlo. Nel 2007 ho incontrato a New York il grande pianista e pedagogo Barry Harris. Da allora approfondisco il suo “metodo”, che oltre ad arricchire la mia musica, fa parte del mio programma d’insegnamento nei diversi conservatori dove insegno.



JC: Il Dono è un disco che esprime, nella sua diversità compositiva, leggerezza, piacere all’ascolto e un senso di pace. È forse questo il concetto di dono che volevi condividere? E come hai fatto a concepire i singoli brani senza alterare mood e feeling portante del disco?


FF: Hai colto il senso di quello che volevo comunicare. Donare, e una maniera di ricambiare il debito di gratitudine nei confronti della vita, verso quello che abbiamo ricevuto, verso quello che ci è stato trasmesso. Quest’azione è un’apertura che ci arricchisce a sua volta immediatamente. Perciò è una necessita per me quello di voler condividere l’incontro con questi due grandi musicisti. Il processo creativo dipende da molti fattori e dalle varie necessità di un autore. A volte i miei brani li concepisco senza riflettere, nascono spontaneamente. Altre volte lavoro intorno ad un’idea ma l’abbandono se sento una forzatura. Il disco “Blue and green” l’ho scritto di getto ogni notte in una settimana. Tutto deve fluire naturalmente e senza sforzo. Come nell’atto del donare quello che scrivo deve emergere in modo spontaneo e non calcolato.




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