EDT – 2026
Foto: la copertina del libro
Sergio Pasquandrea, noto collaboratore di Jazzit, e Carlo Morena, pianista con un buon numero di incisioni nel suo curriculum, fanno uscire un libro dedicato a Brad Mehldau, che si configura come una delle prime monografie sul pianista della Florida, malgrado la fama mondiale che accompagna il musicista dal suo esordio negli anni novanta ad oggi. I due autori tratteggiano una biografia riservata agli anni giovanili, principalmente, al periodo della formazione, cioè. In seguito vengono centrati alcuni filoni del percorso di Mehldau, dal piano trio al solo, dalle collaborazioni con illustri partners alla deviazione dal jazz a generi più o meno confinanti. Ogni settore viene analizzato cronologicamente, non solo, vengono riportati giudizi critici puntuali e circostanziati sui vari dischi registrati in quella specifica formazione, mettendo in luce anche il tipo di repertorio affrontato, nel corso del suo excursus artistico. Ci sono delle costanti, a questo proposito, nei titoli scelti dal tastierista. Oltre ai brani originali, Mehldau pesca negli standards jazz, nel pop, nel rock e nelle arie classiche, rivelando la sua passione per il tardo romanticismo. Non c’è un progetto preordinato a tavolino, in certo qual modo, un dispiegamento di ragioni rivelate nei dettagli per una scelta invece che per una differente. Mehldau suona i Beatles, ad esempio, perché gli piacciono, sono parte della sua storia, interpreta in parecchie occasioni “Paranoid Android” dei Radiohead, perché il pezzo lo ispira, così per il resto delle selezioni esecutive.
I due autori fanno notare, poi, che, nei brani pop, la metodologia utilizzata dall'”eclettico” è alquanto diversa, rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Mehldau non improvvisa sui temi, semplicemente, anzi presenta letteralmente i motivi per andare, poi, a indagare nelle sezioni, con un procedimento piuttosto originale. Il pianista rivendica proprio questa sua originalità, in generale, prendendo le distanze da chi lo dipinge come un emulo, un discendente di Bill Evans, di Keith Jarrett o di Tristano. Pur manifestando stima e ammirazione per questi capiscuola, Mehldau si sente diverso da questa immagine e, implicitamente o esplicitamente, si dichiara più vicino a suoi insegnanti come Fred Hersch, o a suoi colleghi coetanei, come Ethan Iverson o Danilo Perez. Per concludere questo discorso, però, è il caso di sentire la testimonianza di Gerald Clayton: “Non conosco un solo pianista moderno che non abbia preso qualcosa da Brad. Dovrei essere arrestato per tutte le cose che ho preso da lui.” Così il cerchio si chiude, a conti fatti…
Il libro analizza con ordine e metodo pure le incisioni ascrivibili alla musica classica o al prog, all’elettronica e alla fusion, suggerendo dei distinguo fra gli album più riusciti e quelli meno, con stringenti argomentazioni.
Il testo finisce con quattro appendici che illustrano, tecnicamente, in maniera chiara anche per non musicisti, con tanto di pentagramma e note relative, come lavora Mehldau su qualsiasi repertorio, confrontando pure il suo stile con quello di altri pianisti, per mostrarne soprattutto le differenze.
“Brad Mehldau, ritratto di un pianista eclettico” è un libro prezioso, ben documentato, che rivela la passione e la competenza dei due autori rispetto a un jazzista ( la definizione è riduttiva) fra i più in vista degli ultimi trent’anni, stimatissimo dai colleghi (anche da un vecchio leone come Enrico Intra che cura una significativa prefazione) e apprezzato da un pubblico eterogeneo, ma dal palato fine.
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