Decalogo (tra il serio e il faceto) per festival jazz (estivi e non).

Foto: Fabio Ciminiera









Decalogo (tra il serio e il faceto) per festival jazz (estivi e non).


Sinonimo.

L’estate in Italia è ormai divenuta sinonimo di festival jazz: non c’è borgo o metropoli, dalle Alpi alle piramidi, che non organizzi la propria significativa rassegna in un week end allargato di giugno, luglio, agosto. Impossibile seguire tutti i festival, ma è arduo persino star dietro a quelli ad esempio di una regione o con un filo rosso comune (avanguardia, trombettisti, radici, jazz&latin o altro). Durante l’estate appena trascorsa ho provato, un po’ da inviato, un po’ da turista, a trascorre qualche fine settimana in questi festival, per tentare di capirne l’assunto generale, per constatare, insomma, se esista una prassi o un’identità comuni a tipologia di manifestazioni.


Ideale.

Al di là dei singoli giudizi – a cui ho voluto riservare uno spazio a parte – direi che il festival ideale, a mio modesto parere, è quello di piccole dimensioni: quattro giorni al massimo, da giovedì a domenica. All’interno della rassegna credo che bisogni, poi, dare il giusto rilievo ai jazzmen italiani, il che significa anche a farli diventare la maggioranza, invitandoli ovviamente a interagire con gli stranieri di ogni nazione e continente: il jazz valido e originale (o quello meglio contaminato) non arriva solo dagli Stati Uniti e dalle Americhe. E anche tra italiani, europei, africani, asiatici non vanno privilegiati solo i divi, ossia i nomi noti, ma si dovrebbe scegliere in base ai meriti oggettivi che, per gli organizzatori poco avvezzi con il jazz, possono essere evidenziati non tanto dal parere di amici e conoscenti, ma leggendo le varie riviste (cartacee o in rete) impegnate seriamente a far conoscere queste musiche (e i loro protagonisti).


Allargarsi.

Allargarsi, ma non troppo, ad altri generi extrajazzistici! è un dovere nei confronti di chi sui cartelli legge Festival Jazz e non Festival Rock, Pop, Folk, World, Classica, Avant-garde o altro ancora. Se proprio gli organizzatori amassero alla follia tali allargamenti, sarebbe consigliabile rispettare anche qui criteri obiettivi, magari puntando ogni anno su un settore, un genere o un contenuto. Infatti sempre più i festival a tema hanno successo proprio per l’organicità e la costanza delle proposte,che poi possono risultare al contempo omogenee e variegate, perché, come si sa, esistono infinite ripartizioni nelle forme sonore oggi presenti nel mondo, così come non esiste un solo jazz ma tanti modi paralleli, complementari o antipodici di viverlo e suonarlo. Ad esempio se un festival vuoe omaggiare il Brasile, lo faccia chiamando non solo i cantautori o i tropicalisti alla moda, ma puntando anche sul cosiddetto brazilian-jazz e sulla stoica e recente bossanova, affiancata magari da improvvisatori locali o da tutto il mondo.


Originale.

Per essere originale un festival jazz estivo può dunque concentrarsi su un argomento oppure offrire almeno un progetto originale, ossia un’ anteprima pensata per l’occasione o un concerto unico e irripetibile o un incontro fra due o più jazzmen importanti che fino allora non hanno potuto o voluto suonare assieme (e le combinazioni possibili, anche solo in Italia, sono ancora tantissime). Purtroppo esistono invece festival – voluti, concepiti e de facto diretti da burocrati, assessori, politici, dilettanti – che non sanno nemmeno il significato di espressioni come progetto, anteprima, incontro. E perciò si moltiplicano i festival tutti uguali: banalissime passerelle di solisti e gruppi più o meno à la page.


Numero.

Sul numero di concerti a giornata le soluzioni possono essere molteplici ma io personalmente aborro la tendenza a strafare, ossia a presentare concerti su concerti da mattino a notte fonda, molti addirittura in contemporanea: alla fine non si gusta più niente (compresa la località amena, dove magari pubblico e critica vorrebbero godersi qualche ora di mare, lago, collina o montagna). Meglio un concerto nel tardo pomeriggio di jazzisti ancora poco noti, con il clou della giornata nel prime time; oppure, iniziando dopo la cena attorno alle 20, aprire con i supporter e continuare con altri più celebrati jazzmen. Basterebbe anche un solo concerto al giorno, dopo le 21 ovviamente, rispettando la puntualità, che però sta diventando un fatto assodato, nel senso che non si supera quasi più la mezz’ora di ritardo, che è comunque già molto: se in cartellone è segnato 21.30 perché non cominciare alle 21.30? se gli organizzatori aspettano che faccia buio (per avere più gente), allora si indichino le 22!!!.


Jam session.

Quando comunque in uno stesso giorno si esibisce più di un gruppo sarebbe bello che si ritornasse al sano principio della jam session fuori orario, da offrire a tutto il pubblico e non ai pochi fortunati di un albergo dotato di tavernetta con strumenti musicali a disposizione; sarebbe una gentilezza da parte di chi è ospite (i musicisti) verso chi ospita (l’organizzazione ma anche il pubblico) e viceversa anche gli organizzatori mostrerebbero stima e riguardo verso tutti i musicisti, nonché versatilità nel farli incontrare e condurli a imprevisti stimoli artistici. Un’altra idea simil-concertistica che subito aggrega a livello di territorio è quella dei suonatori di strada, a coinvolgere soprattutto i turisti (quello meno propensi al jazz) in allegri cortei sulle spiagge o tra i vicoletti: le brass band e i gruppi percussionistici, in tal senso, restano una bella risorsa socializzante.


Location.

Sulla location dei concerti, visto che è estate e il posto – si presume – bello, meglio valorizzare gli spazi all’aperto (con alternativa sicura al chiuso in caso di maltempo) in zone di passaggio, o comunque molto frequentate (per attrarre nuovi adepti): negativa ad esempio la scelta della corte di un castello medievale a sei chilometri dal centro abitato, irraggiungibile per chi è arrivato lì in treno o in aereo, ma anche per i residenti e i vacanzieri che di solito non hanno voglia di prendere la macchina.


Workshop (& co.).

Detto questo, ritengo che non esista solo la musica suonata, e un festival jazz, a mio avviso, deve anche avere assolutamente diversi momenti di musica insegnata, guardata, discussa, parlata, dibattuta, gadgettizzata, reificata attraverso la vendita o lo scambio di libri e dischi. Il jazz in questo caso deve poter contare su workshop, lezioni, seminari, mostre, tavole rotonde, apertivi letterari, presentazioni di libri, proiezioni di film e video, banchetti con CD e vinili e buon merchandising. Magari non tutto, ma anche solo realizzare un paio di queste idee, prima o dopo i concerti, sarebbe già una proposta molto succulenta e articolata. In particolare sarebbe opportuno dare più voce ai tanti critici, giornalisti, fotografi, film-maker, docenti, musicologi, collezionisti che vanno ai festival, spesso per i fatti loro, e che in Italia ormai sono tanti, bravi e autorevoli e soprattutto lottano con passione (con assai meno soldi dei jazzisti) per la causa del jazz medesimo.


Categorie.

Proprio verso alcune categorie pro-jazzistiche, ossia l’inviato e il recensore, che le riviste mandano, con i reporter, a seguire i concerti, il festival (o meglio, l’organizzazione) deve mostrarsi magnanima: sapendo che spesso è opera di volontariato (cioè gratuita, o compensata dalle stesse testate con cifre simboliche, anche solo rispetto alle spese di viaggio affrontate e rispetto ai pranzi delle 13 spesso fuori budget da parte del festival), ma opera utilissima per il prestigio delle firme, per il valore delle testate o per il riscontro, come rassegna stampa, da esibire a sponsor, assessori, politici, finanziatori del festival, bisogna mettere nelle condizioni ideali i critici musicali che, talvolta, si sobbarcano fatiche peggiori di quelle degli stessi jazzisti, con viaggi lunghi e scomodi.


Alberghi.

Da qui la necessità primaria di riservare anzitutto alberghi decenti, ovvero almeno a tre stelle e magari dotati dei seguenti requisiti: connessioni a Internet; aria condizionata; piscine se in zone dai climi afosi, lontane dal mare; biciclette se distanti dai luoghi dei concerti (in caso contrario, garantire navette o mezzi sempre disponibili) L’organizzazione di un festival jazz estivo deve andare incontro a ulteriori necessità, sempre primarie per un giornalista tanto navigato quanto alle prime armi: offrire buoni pasto per cene gradevoli (possibilmente in ristoranti tipici), magari in compagnia dei musicisti; largheggiare sul materiale illustrativo; educare alla gentilezza o alla cortesia il personale dello staff e in particolare dell’ufficio stampa; garantire pass del tutto gratuiti (possibilmente anche a mogli o fidanzate che accompagnano l’inviato); di conseguenza riservare posti seduti in prima o seconda fila; mettere in generale le persone e la categoria dei critici a proprio agio, come si fa per i jazzisti.


Personale.

Spesso infatti capita ai festival che l’inviato subisca – da parte di personale rozzo, impreparato, scontroso, antipatico – le angherie di un cittadino di serie B (ma lo stesso accade purtroppo ai musicisti meno noti) rispetto agli onori riservati alle grandi stelle. Da parte sua il giornalista deve rispettare alcune regole fondamentali, prima fra tutte quella di ascoltarsi i concerti, seduto, attento, senza usare PC o cellulari, dall’inizio alla fine, mostrando altresì completa disponibilità verso ogni tipo di astante (musicisti, pubblico, organizzatori), onde conservare, alla fine, un ottimo ricordo dell’esperienza festivaliera, come è successo a me nei festival a cui ho avuto il piacere e l’onore di partecipare da inviato.


Post Scriptum.

Quest’anno io personalmente ho seguito i festival di Pino Torinese, Ascona, Vigevano, Moncalieri, Iseo, Chamois, Boves, Santa Teresa Gallura, le cui organizzazioni ringrazio sentitamente, poiché in un modo o nell’altro tutti hanno rispettato le esigenze dell’inviato e dunque ben corrispondono alle caratteristiche positive sopraccitate.