Oregon – In Stride

Oregon - In Stride

Cam Jazz CAMJ 7830-2 – 2010




Paul McCandless: oboe, sax soprano, corno inglese

Ralph Towner: chitarra acustica, synth guitar, pianoforte, elettronica

Glen Moore: contrabbasso

Mark Walker: batteria, hand drums






Giunti, se non andiamo errati, all’incirca alla ventottesima incisione (difficile collocare le riedizioni e/o le antologie come Our First Record, Jade o the Vanguard Visionaries, oltre al brano download-only The Glide) prosegue a regolare velocità di crociera l’avventura della peculiare formazione Oregon.


Partiti nei primissimi anni ’70 come fautori di uno speciale blend fra jazz, musica da camera, etnico post-woodstockiano e avanguardie accademiche, i quattro componenti originali non tardarono ad assestare i caratteristici tratti della band: gli apporti della doppia anima classica-jazz da parte del chitarrista Ralph Towner e del fiatista Paul McCandless (quest’ultimo abbastanza pionieristico e mai troppo imitato nell’importare le speziate sonorità di oboe e corno inglese), l’eraborato e tellurico suono del contrabbasso storico di Glen Moore e, molto caratteristicamente, il talento di Collin Walcott nel percorrere il doppio binario orientale di sitar e tabla si esplicitavano in uno stile che dall’imprinting della fase Road e Icarus del primigenio e originario Paul Winter Consort in poche mosse si definiva con lavori di fatto completi come il live In concert e il sensibile Friends.


Alternato ad alcune incisioni “uncredited” (come Trios-Solos per ECM e la partnership con Larry Coryell), il glorioso, formativo periodo Vanguard si congedava con un’assortita magnificazione della formula in duo nell’altrettanto riuscito (e forse un po’ autocompiaciuto) Moon and mind, e dopo un lieve appannamento negli anni Elektra (a parte gli spessori del doppio In Performance), con l’avvio del periodo ECM l’introduzione del sintetico Prophet-5 ma soprattutto il contributo sempre più in crescita di Walcott (forte di fertili collaborazioni tra Codona e il mondo di Meredith Monk) se scompaginò relativamente la forma tenne salde ed ampliò le coordinate creative, mantenute nel meno innovativo e più equilibrato Crossing, che sanciva la brusca cessazione del ciclo creativo e vitale di Walcott. Su diretta segnalazione dello stesso, un adeguato successore poté essere identificato nel già noto Trilok Gurtu, la cui atipica e rutilante batteria etnica conferì un sound “parallelo” alla band, che si condensò poi nei tre fondatori superstiti.


La parentesi in trio non sembrò giovare totalmente alla loro salute ed autonomia creativa se è vero che Beyond Words segnò una più che dignitosa ripresa ma il successivo Troika esitò in una prova debole e dimenticabile. Rapida quanto inaspettata svolta fu fornita nel successivo Northwest Passage: il titolo si rivelò, a ripensarci, chiarificatore se, al bivio fra l’adozione della percussione colorita ed elegante dell’anatolico Arto Tunçboyaciyan e dell’agile ed elastica batteria di Mark Walker si preferì la seconda, operando un “passaggio verso il nord-ovest” della forma jazz più tradizionale che, dopo la parentesi valida ma probabilmente meno personale del Live At Yoshi’s, ha improntato fino a oggi il nuovo corso del gruppo, certamente più distaccato dalle morfologie alla Paul Winter.


Elaborato in studio a New York nel 2010, ma ancora sotto le italiche cure CamJazz, e impreziosito da un piacevole booklet, il presente album è aperto da due tipiche composizioni towneriane (in particolare la seconda As she sleeps è cesellata nel più classico e contemplativo stile oregoniano) calando quindi la classica Summer’s end in un arrangiamento che riprende il fumoso, centellinato gusto evansiano precocemente e a più riprese coltivato da Towner al più che congeniale piano; dà quindi la carica l’inedita On the rise, cesellata da un impeccabile, incisivo McCandless, ma a far letteralmente spiccare il volo è la sei corde di Towner, attestandone l’attuale stato di grazia (già efficacemente dimostrato nelle recentissime e diversificate prove in trio e duo, rispettivamente con gli omologhi Muthspiel-Grigoryan ed il vecchio amico Paolo Fresu). Magari grottesca e fuori dalle righe, impreziosisce la scaletta la sghemba e “felina” The Cat piano, privata, surreale e (a)tipica, composizione di Glen Moore, raramente (purtroppo) fuori dalle retrovie scrittorie, prima dell’uscita di scena con l’eponima, elettrificata e gaia marcetta In Stride, nello stesso spirito solare ed assertivo di Prime e premonitore di ulteriore slancio verso il futuro.


Certamente ingrigita la formazione storica, abbastanza distante dalla naïveté di certe originarie impostazioni, fuor di dubbio ormai consolidata come sinergica band, la voglia di esserci ed il soundscape non segnano il passo – In Stride è un ritorno di solido standard.