Coppa/Orsi/Di Lenge/Patitucci – Monk’s Mind

Coppa/Orsi/Di Lenge/Patitucci - Monk's Mind

Music Center/Reeal – BA 310 CD 2011




Biagio Coppa: sassofono

Gabriele Orsi: chitarra elettrica

Francesco Di Lenge: batteria

John Patitucci: contrabbasso






Ormai un classico a dispetto (o a ragione) dell’ipercinetico attacco ai fondamentali della melodia, eccentricamente pedagogico rispetto alle vacuità delle sperimentazioni senza ossatura, Thelonious Monk è personaggio ed entità creativa che non cessa di irradiare eversione ma anche attenzioni emulative.


Il solitario (e in parte involontario) teorico della revisione del piano jazz che continua a stagliarsi titanicamente a valle di Edward “The Duke” Ellington (ma, fatte salve le compatibilità di statura storica, dovendo a questi ben poco, ponendosi piuttosto nella scia creativa non-lineare dell’assai poco studiato Count Basie e ascrivendo molto materiale alla “incidentale” collaborazione di Bud Powell), tuttora misterioso negli sconcertanti tratti di personalità, portò caparbiamente avanti la sua opera con indolente perfezionismo: “Non solo non ho ancora inciso un disco di cui io sia pienamente soddisfatto, ma non ho mai suonato esattamente come avrei desiderato” e, probabilmente pungolato da ineffabile criticismo, amava ripetere con amara civetteria “ho fatto gli errori sbagliati” a commento dell’ennesima performance, evidentemente sempre perfettibile per il deviante Maestro, le cui incisioni originali non sembrano essersi fatte sommergere o appannare dalla messe di produzioni e stili posteriori, ma all’ascolto mantengono assai tangibili le distintive abilità a graffiare e spingersi oltre.


Fissata in una recente serata newyorkese, quest’ultima rivisitazione del mondo monkiano ha visto riunirsi il polivalente Biagio Coppa, tenorista di forti sintonie avanguardistiche, il batterista Francesco Di Lenge, anch’egli di formative e regolari pratiche sulla scena d’Oltreoceano, il chitarrista Gabriele Orsi, di radici rock e più tardiva ma radicale conversione jazz, componente insieme ai primi due del C.O.D Trio (formazione bass- e piano-less internazionalmente piuttosto attiva) insieme al non certo misconosciuto contrabbasso di John Patitucci, ancor meno bisognoso di presentazioni, che non solo per l’eccellente militanza para-Shorteriana ha saputo reinventarsi un profilo superiore dopo le dissipazioni di mestiere negli ipercolorati e vaporosi anni della fusion tout-court.


Esteso su sei lunghezze, tre delle quali a firma del “monaco” (Brilliant Corners, Think of One e Ugly Beauty) e tre a rispettiva firma dei solisti nostrani, Monk’s Mind è un omaggio che s’accoda ai molti e rispettosi epigoni offrendo del taciturno e veggente maestro una rilettura ove si reincarna il gusto (ed il provocatorio culto) delle frasi brevi, le asprezze di tessitura e le snervanti ripetizioni di cellula melodica beffardamente giocate in dissonanza.


Il soundscape che ne sortisce è piuttosto strutturato, nel riproporre senza esasperazioni le “ragionate” eccentricità del modello, ripercorso già nelle libertà dell’impiego del tempo e dall’angolosità formale: le asprezze sassofonistiche di Coppa, le note pastosamente liquide e la fraseologia obliqua della densa chitarra di Gabriele Orsi, la ritmicità fitta e africanoide dei tamburi di Di Lenge, nonché il basso continuo garantito e cementato dalle note agilmente basse di Patitucci, puntuale e alieno da gigionismi, rendono l’enunciazione beffarda della caratteristica sintassi di Monk, oltre ad un seminale gusto per il mistero, in un’esecuzione di valore non soltanto incidentale di solide ispirazione e presenza.