Slideshow. Eraldo Bernocchi

Foto: Bruna Rotunno










Slideshow. Eraldo Bernocchi.


Jazz Convention: Così, a bruciapelo puoi parlarci del tuo lavoro discografico Winter Garden?


Eraldo Bernocchi: L’ho composto e registrato insieme a Harold Budd e Robin Guthrie. Con Harold avevo già lavorato in passato, abbiamo all’attivo un album insieme, si tratta della colonna sonora di Fragments from the inside, una videoinstallazione dell’artista Petulia Mattioli. Abbiamo deciso che era tempo di registrare qualcosa di nuovo e Harold mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuta l’idea di avere Robin Guthrie in studio. Con Robin ho sempre sognato di poter fare qualcosa. Adoro le sue chitarre dal primo singolo dei Cocteau Twins e finalmente ci siamo trovati in studio insieme. Abbiamo registrato tutti e tre nella stessa stanza, privilegiando le emozioni. Solo in un secondo tempo io e Robin abbiamo messo mano alle session e fatto un po’ di editing, ma non troppo. Ciò che ascolti è più o meno ciò che è accaduto in studio. Spero di riuscire a portare dal vivo questo trio.



JC: Ci racconti ora il primo ricordo che hai della musica?


EB: Ne ho due a cui tengo in particolare. Avevo diecx o undici anni. All’epoca mia nonna aveva un giradischi e a me piaceva metterci le mani, credo di averne rotti un discreto numero. Un giorno tra i 45 giri che lei teneva in una scatola ho trovato la colonna sonora di Per un pugno di dollari e de L’esorcista: lì ho scoperto che esistevano mondi sonori ai quali non avevo mai pensato. Il secondo è legato a un sabato pomeriggio di un paio di anni dopo quando mio padre mi portò a comperare dei dischi e scelsi Wish you were here dei Pink Floyd solo per la copertina e il packaging che aveva la prima edizione dell’album. Non avevo idea di chi fossero i Pink Floyd, mi cambiarono la vita. I dischi successivi furono Black Sabbath e Led Zeppelin. Più che abbastanza per aprire gli orizzonti musicali di un tredicenne.



JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista?


EB: Non credo si possa parlare di motivi. Credo che la musica sia una passione che viene da dentro, è qualcosa che sale e monta senza che poterla fermare in alcun modo. O ce l’hai o non ce l’hai. A me prima ancora che la musica ha colpito il suono. I dischi di cui parlavo prima hanno un suono ben definito. Personalissimo. Per l’epoca poi erano super moderni, stiamo parlando di quasi quarant’anni fa! È il suono che mi ha rapito. La sua capacità evocativa e immaginifica. Solo dopo è arrivata la musica, con il punk e il metal. E solo dopo è arrivato il desiderio di fare questo mestiere, il più incerto e meno garantito del mondo ma così ricco di emozioni che non ha pari.



JC: Ha ancora un significato oggi questa parola?


EB: Forse ce l’ha più di prima… viviamo in un momento in cui fare il musicista, così come aprire una casa discografica, è pura follia. Sai bene che oggi di dischi non se ne vendono quindi decidere di essere un musicista significa verosimilmente sopravvivere, se ti va bene. Altrimenti sbarcare il lunario facendo altro e confinando la musica a un ruolo di hobby. Quindi tanto di cappello a chi fa questa scelta in maniera consapevole.



JC: E le parole jazz, avanguardia, improvvisazione, ovviamente riferite al contesto musicale?


EB: Credo che l’esplorazione del jazz sia finita ai tempi del Miles Davis elettrico, o di Herbie Hancock di Sexstant. È ormai una categoria necessaria per la stampa e il marketing. Lo spirito del jazz è ancora lì ma, salvo rarissimi casi, non sento una gran energia. Piuttosto degli schemi ben collaudati, musica di cui sai tutto ancora prima di schiacciare play sul cd player. Spiace perché ci sono dei musicisti incredibili che potrebbero fare cose fantastiche e invece scelgono una via facile per un pubblico che chiede sempre meno, anestetizzato da anni di torpore e mediocrità.



JC: E l’espressione “avanguardia”?


EB: Anche avanguardia è andata un po’ a male come parola… tutti possono starnazzare davanti a un microfono e affermare che si tratta di avanguardia. Ci sono cose orribili che calcano i palchi del mondo… e giornali ancor più orribili che recensiscono dischi che forse sarebbe bene dimenticare. Siamo in un momento di stasi creativa mostruosamente drammatico. Improvvisazione invece ha sempre più senso. Dall’ambito jazz o psichedelico si è negli anni estesa ad altri generi come il metal, l’elettronica, gli ensemble vocali. È un fenomeno molto positivo. Se vuoi è lo spirito del jazz che ha trovato un nuovo corpo, un via per farsi ascoltare nuovamente.



JC: Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla tua musica?


EB: Variano di volta in volta e a seconda delle band o dei progetti. A volta si tratta principalmente di emozioni, come nel caso di Winter Garden. Emozioni che danno origine a immagini, sentimenti. Altre volte invece scelgo un concetto e mi baso esclusivamente su quello, come nel caso del mio progetto più longevo e estremo, Sigillum S, dove abbiamo sempre lavorato solo su concetti di partenza, per lo più scientifici o spirituali. C’è però qualcosa che accomuna tutti i miei lavori. Le immagini. La mia musica viaggia per immagini prima ancora che per suoni o melodie io vedo. Le immagini, reali o sognate, non importa, mi hanno sempre evocato dei suoni, delle melodie. Tutto ciò che faccio e ho fatto parte da lì.



JC: Come pensi che si evolverà il gusto dei giovani e la musica del presente e il jazz del futuro?


EB: Sul gusto dei giovani non nutro grandi speranze. In maggioranza ascoltano musica orrenda. Quelli che si salvano sono pochi, relegati al ruolo di outsider. Credo che si creerà un divario sempre maggiore tra chi apprezza la musica e chi la consuma e basta. Del resto viviamo nell’era dell’mp3, dove tutto è frammentato. I giovani oggi non comperano dischi, comperano brani. È tragico. Quanto alla musica del presente e al futuro del jazz, fino a quando ci saranno artisti coraggiosi come Nils Petter Molvaer per fare un nome, qualche speranza c’è. È la contaminazione ciò che mi interessa. Sono convinto che sia l’unica strada percorribile per produrre ancora musica capace di stimolare emozioni e pensieri.



JC: Tra i dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?


EB: Charged con Toshinori Kondo e Bill Laswell. Ne ho altri a cui tengo, ma quello ha qualcosa di speciale!



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?


EB: Ennio Morricone e Bill Laswell su tutti, Tony Iommi, Kerry King degli Slayer, Robert Fripp, Miles Davis, Brian Eno, Ian Curtis, Ry Cooder e molti altri. Luis Buñuel, Lautreamont, De Sade, Pasolini, Montale, Francis Ford Coppola… potrei proseguire per pagine e pagine!



JC: Qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di musicista?


EB: Sono due in realtà. Salire sul palco la prima volta con Bill Laswell al Teatro Regio di Torino e improvvisare al piano elettrico insieme a Harold Budd.



JC: Parlaci dei favolosi musicisti con cui ami collaborare.


EB: Credo che abbiano tutti comunque una caratteristica. Una visione della musica comune, un costante esplorare generi e sonorità. Mi sono reso conto che negli anni ho collaborato solo con artisti che mi piace definire “trasparenti”. Talmente onesti da risultare quasi antipatici o scostanti. Sono le uniche persone con cui riesco a lavorare perché io stesso sono così. Incapace di mentire, infatti colleziono spesso delle discrete figuracce. Vorrei riuscire a portarli tutti insieme sul palco almeno una volta, per vedere che cosa accade. Magari il risultato sarà orribile, magari meraviglioso ma piacerebbe vedere cosa accade.



JC: Cosa stai infine progettando a livello musicale per l’immediato futuro?


EB: Sto finendo il primo album dei Metallic Taste Of Blood, una nuova band che mi vede alla chitarra insieme a Colin Edwin dei Porcupine Tree, Jamie Saft al piano e alle tastiere e Balasz Pandi alla batteria. Partirà poi il tour europeo di Obake, altra band su cui sto puntando molto che mi vede nuovamente alle chitarre insieme a Massimo Pupillo degli Zu al basso, Lorenzo Esposito Fornasari alla voce e ancora balasz Pandi alla batteria. Lavorerò poi a un album di remix di Winter Garden e ho in agenda una serie di collaborazioni per il 2012/2013.