Tamara Obrovac. Jazz, radici, libertà, tradizioni.

Foto: da internet









Tamara Obrovac. Jazz, radici, libertà, tradizioni.

Tamara Obrovac è una figura da conoscere assolutamente: molto nota in patria (l’attuale Croazia) come oppure nelle zone confinanti del Friuli Venezia Giulia, si tratta di una musicista difficilmente inquadrabile in un solo linguaggio sonoro, anche se il suo naturale jazz feeling (sia pur combinato al folk e a quella che potrebbe definirsi world music) la conduce inevitabilmente dalle parte del ritmo sincopato. In quest’intervista esclusiva per Jazz Convention, in bell’italiano, ci racconta di se stessa invitando a visitare il suo sito e ovviamente ad ascoltare i suoi dischi, nonché qualche estratto facilmente rintracciabile su YouTube.



Jazz Convention: Anzitutto, per i lettori di Jazz Convention, chi è Tamara Obrovac?


Tamara Obrovac: È vero che non è facile parlare di se stesso; personalmente, penso che una persona parli con quello che fa, nel mio caso la mia musica. Ma va bene, se proprio devo, allora in breve dico sono musicista, cantautrice, compositrice e faccio un tipo di jazz ispirato dalla musica istriana e al dialetto istriano; qualche volta, ma non spesso, sono flautista, sono anche la bandleader di un gruppo con sette albumi a mio nome; spesso faccio pure la mamma ai miei musicisti. Scrivo musica per teatro e film, sono direttrice di un jazz festival… workaholic per eccellenza, perfezionista… troppe cose, mi sembra…



JC: Ora, Tamara, vuoi parlarci subito del tuo nuovo lavoro discografico?


TO: Madirosa è il mio settimo CD, dove il mio Transhistria Ensemble è accompagnato dall’Epoque, un quartetto d’archi ceko, quindi nel suono di un quintetto (contrabbasso, batteria, chitarra acustica o mandola, voce) viene incorporato il suono del quartetto d’archi classico che mi interessava da lungo tempo, essendo la forma musicale e il suono più vicino alle corde vocali. Siccome questo progetto sottintendeva non solo il solito comporre musica, ma anche un serio lavoro d’arrangiatore, cioè scrivere le parti per il quartetto d’archi, mi occorreva qualche tempo prima di darmi al lavoro ed inoltre non sapevo quale quartetto d’archi scegliere; non era facile trovare un gruppo di musicisti che si possano adattare al modo di suonare del mio Transhistia Ensemble.



JC: Quindi cosa ti è successo?


TO: Quando ho scoperto il quartetto crossover Epoque, ho deciso di attuare questa idea, attirata principalmente dal suono incredibilmente caldo e ben coordinato del quartetto che si è alla fine adattato a sua volta al suono del Transhistria Ensemble con sorprendente facilità, così che il CD è stato registrato in un fiato, in meno di due giorni: un’esperienza proprio bellissima.



JC: E ne sei quindi soddisfatta?


TO: Devo ammettere di sì, soprattutto per il risultato; sono riuscita a dipingere e trasmettere l’emozione desiderata, ma sopratutto sono felice perché gli ottimi Ceki hanno non solo suonato tutto che ho scritto, ma anche sentito dal primo momento la dinamica, le frasi eccetera, e questo era molto importante perché le composizioni su questo CD sono abbastanza complesse, avendo delle parti con combinazioni diverse per tutti gli strumenti, parti improvvisate, assoli, parti solo per strumenti ad arco.



JC: Come definiresti invece Madirosa sul piano dei contenuti?


TO: Direi che Madirosa è una storia femminile intimistica e stratiforme, narrata per mezzo di una lingua eclettica musicale che si basa sulla ricerca del suono jazz, tradizioni musicali del Mediterraneo e accenti della musica classica caratteristici del quartetto d’archi. Madirosa è una parola inventata che per me significa una ‘rosa mediterranea’ la quale è il simbolo della mia esperienza personale del Mediterraneo come un universo musicale e culturale proprio eccezionale.



JC: Mi racconti invece il primo ricordo che hai della musica?


TO: Mi ricordo di due momenti; ero molto giovane, nella prima classe di scuola elementare; ritornavo dalla scuola da sola e cantavo qualcosa piangendo, il mio viso era bagnato da lacrime che cadevano da sole… non ricordo la canzone, però ricordo benissimo il sentimento che ha determinato tutta la mia musica nella quale l’emozione è ancora oggi la cosa più importante. Penso che questo dipenda dal carattere e dalla struttura della personalità, ma in parte anche dall’educazione la quale, nel mio caso, era abbastanza liberale e connessa con l’arte, visto che mio padre è pittore. Il secondo momento aveva da fare con la mia maestra che era anche una compositrice; scriveva musica per i bambini. Ci insegnava a cantare una canzone e d’improvviso ha cominciato a cantare la seconda voce. Per me, questo era qualcosa di proprio affascinante, provato così direttamente. E nella mia mente di piccola ragazzina, credevo che la maestra cantasse ambedue le voci. Questa maestra, si chiamava Dora Klunic, era una bellissima donna, molto affettuosa, e la amavo molto. Lei ha senza dubbio avuto influenza sul mio scoprire della musica.



JC: Ma quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una musicista?


TO: Nel mio caso non c’erano dei motivi, ma piuttosto una sorte del bisogno interiore, quasi un’urgenza: è solo questione del momento nel quale diventi consapevole di questa urgenza e la articoli bene.



JC: Hai intrapreso studi musicali?


TO: Il mio contatto con musica in effetti è cominciato in giovane età, prima con la scuola musicale elementare e poi secondaria, dove ho imparato a suonare prima il piano e poi il flauto, però si è articolato nel modo proprio solo quando ho scoperto la scena jazz di Zagabria negli anni Ottanta, essendo venuta dalla mia nativa Pola a studiare a Zagabria. L’infezione è cominciata a questo punto e della stessa malattia sto soffrendo ancor oggi.



JC: Ha ancora un significato oggi la parola musica?


TO: Credo che la situazione con la musica sia simile a quella di molti altri aspetti della vita e dell’arte nella nostra civiltà materialista, voltata verso il guadagno e principalmente verso la parte commerciale d’ogni attività; la conseguenza è una grande quantità di musica fatta principalmente per esser venduta, spesso priva di profondità e autenticità dell’espressione, e spesso priva anche di maestria necessaria per poter chiamar qualcosa “arte”. Questa sorte di degrado musicale è aiutata anche dall’uso diffuso della tecnologia che ha portato molte cose utili, ma anche alcune non così buone, come ad esempio l’uso di molte soluzioni musicali “già fatte” che danno la possibilità di fare musica a molte persone senza che sia a loro indispensabile, mentre sarebbe assolutamente desiderabile una vera competenza professionale.



JC: E in Croazia avverti questo anche con il jazz?


TO: Con il jazz moderno abbiamo come una forma artistica più esigente, personalmente spesso sento una sorta di art pour l’art; dunque, un livello abbastanza alto di maestria ad esempio sullo strumento, oppure la competenza in molte frasi ritmiche e melodiche complesse, ma anche sfortunatamente la mancanza di una base artistica, del senso e dell’emozione e, purtroppo, spesso, in molti jazzisti, anche una mancanza di originalità. Tuttavia, anche nella marea di opere superficiali si può trovare qualche pezzo che ha la sua base professionale e artigianale, ma anche quella emozionale che è per me una parte indispensabile di ogni espressione artistica. Alla fine, l’emozione è eterna, non ti pare?



JC: Certo. Parlando invece dei tuoi CD, spesso gli arrangiamenti sono jazz e anche il tuo modo di cantare è jazzy; ma che rapporto hai con il jazz?


TO: Prima di tutto, parafraserò me stessa e dirò: il jazz è la mia liberta, e le mie radici sono la mia verità interna. Nel senso di conoscenza e di studio della struttura musicale, sono assolutamente una figlia del jazz che era il mio primo amore e fascinazione, mentre gli elementi del dialetto e musica istriana nella mia musica sono in primo luogo l’esito del bisogno di trovare un’espressione autentica.



JC: A volte però, sentendo i tuoi dischi, sembra che ti allontani dal jazz stesso…


TO: Dunque, la deviazione dal cosiddetto suono jazz classico (sia nel senso di composizione sia nel senso di espressione vocale) è una mia decisione conscia perché non mi interessa mai ripetere le cose nel modo già visto mille volte. Dopo aver imparato tutte le lezioni professionali che riguardano aspetti melodici, ritmici e armonici, ogni tipo di scala, pattern, jazz standard e stili, dopo aver conosciuto tutte le specie e i modi di improvvisazione, il cosiddetto ‘suono jazz abituale’ mi ha stancato molto presto, spingendomi alla ricerca di una espressione solo mia, sia come compositrice, sia come cantautrice; sin dall’inizio mi interessava “deviare” in ambedue i campi e quindi la creazione di un’espressione solo mia, che automaticamente mi portava a scrivere composizioni d’autore e creare una mia band.



JC: La band condiziona il tuo ruolo di musicista?


TO: Scegliendo la band, era molto importante trovare dei musicisti jazz aperti a un suono nuovo e un modo di improvvisare ancora più nuovo, perché l’improvvisazione è per me un elemento molto importante e i nostri concerti abbondano di tanti giochi musicali e di improvvisazioni, o parafrasi di diversi stili e espressioni della stessa musica jazz e di generi , per così dire, satelliti come blues, funk, soul, ma anche di altre forme e generi musicali, dal rock alla musica classica.



JC: In effetti, come ti dicevo, avverto parecchie influenze nel tuo sound.


TO: Le tue osservazioni certo mostrano una cosa che incontro spesso, cioè che la mia musica è qualche volta troppo eclettica per i circoli jazz, e assolutamente troppo jazz per altri contesti. Però, mi sembra che negli ultimi tempi si sta strutturando la nozione di “jazz europeo”, che ancora rispetta il principio dell’improvvisazione, ma è arricchito dalle nuove idee e dalla armonie di natura etnica o di qualche altra arcana suggestione.



JC: Dunque, ricapitolando quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica jazz?


TO: Principalmente ed essenzialmente, il jazz è per me la libertà e l’improvvisazione, cioè un’istantanea creazione collettiva di musica su una base ben definita. Quando mi trovo sulla scena, questo si può descrivere come uno stato di concentrazione su diversi livelli nello stesso tempo: si devono rispettare elementi essenziali della composizione che si suona, ma allo stesso tempo si deve aggiungere, variare, far attenzione ai colleghi musicisti e scambiare idee con loro, senza dimenticare di darsi in pasto agli spettatori.



JC: Che differenze esistono nel cantare in croato, in istriano e in italiano come tu fai?


TO: Come una cantautrice, che giudica la componente verbale importante, molto presto dopo aver acquisito competenza negli elementi, mi è sembrato assurdo cantare in inglese, che, nonostante la mia buona pronuncia, non posso mai sentire come lingua mia, e vera. Questa verità l’ho trovata proprio nei dialetti istriani, naturalmente, principalmente nel mio dialetto slavo, ma anche nei dialetti di origine romanza che fanno parte della ricca tradizione multiculturale istriana. Inoltre, quando compongo, la melodia e il ritmo del parlare definiscono la melodia musicale e la portano in una certa direzione. Questo mi fa molto piacere ed è la fonte d’ispirazione nel comporre musica. In genere scrivo anche i versi per le mie composizioni, ma ci sono molti poeti interessanti in Istria i cui versi ho messo in musica; Loredana Bogliun che scrive in dialetto istriotico di Dignano (istroromanzo, che è basato sul latino volgare), poi Milan Rakovac, Daniel Nacinovic, Drago Orlic, poeti che scrivono in dialetti istriani di origine slava. Tramite questi poeti ho trovato che l’Istria è un microcosmo dialettale molto ricco e ho iniziato il progetto multimediale panphonia istriana, trattando il suono del dialetto come un fenomeno culturologico e comunico logico, se ti interessa c’è un sito apposito chiamato appunto panphonia.



JC: Tra i molti dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionata?


TO: A esser sincera, devo ammettere che per qualche ragione l’ultimo disco mi è sempre il più caro.



JC: E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?


TO: Questa è veramente una domanda difficile. Devo dire che nei ultimi anni raramente trovo un CD che mi riempie d’entusiasmo, a differenza dei miei anni giovanili quando ascoltavo tutto quello che potevo. Inoltre, dubbio che sull’isola deserta mi aspetterebbe un CD player. Perciò, penso che andrei su quest’isola solo con la musica dalla mia testa. Tuttavia, se devo fare dei nomi, forse un tal disco sarebbe qualcosa di Miles, per esempio Kind of blue, o uno dei dischi di Keith Jarrett con il Trio Standards, come Standards live.



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nella voce, nella musica, nella cultura, nella vita?


TO: Nel campo della voce, alcuni cantanti che hanno avuto influenza su di me nella mia giovinezza sono Ella, Louis Armstrong, Sara Vaughan, Aretha Franklin, Joni Mitchell, Betty Carter, Cassandra Wilson, e tra musicisti ne menzionerò solo alcuni: Miles, Bill Evans, Herbie Hancock, lo stesso Jarrett. Per quanto riguarda la cultura, questo campo è troppo vasto per citare qualcuno o qualcosa; sono cresciuta con tanti libri e un padre pittore, e tra le persone che rispetto nella vita ci sono mia nonna Ulika che mi ha allevato, preso cura di me e comprato il mio primo sassofono, e mio padre, che mi ha insegnato morale e libertà, che non esistono l’uno senza l’altra.



JC: Tamara, qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di musicista?


TO: Sto pensando… Non so se questo è stato proprio un momento, ma certamente è stata una sorta di conoscenza, diventare conscia, consapevole. Credo che questo sia il momento/periodo quando ho capito che potevo affrontare la musica senza alcun limite o timore, cioè che il lungo sforzo e lo studio intenso hanno alla fine dato origine alla gioia che è il risultato del creare musica e del suonare con i colleghi; siccome sono una grande perfezionista, mi occorrevano tempi lunghi per liberarmi dalla paura di sbagliare, e sbagliare è ancor oggi una cosa che non sopporto tanto bene.



JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?


TO: Assolutamente i musicisti con cui ho lavorato fin dall’inizio: Krunoslav Levacic (batteria), Žiga Golob (contrabasso) – loro due sono della sezione ritmica in tutti i miei CD e suonano con me nella ‘band-madre’ Transhistria Ensemble, insieme con il chitarrista sloveno Uroš Rakovec e i fisarmonicisti italiani Fausto Beccalossi o Simone Zanchini; poi Matija Dedic, pianista con cui ho registrato il CD Ulika nel 1998, il quale ha il suo revival proprio in questo periodo; c’è poi il pianista armeno di Klagenfurt, Karen Asatrian, il cui approccio alla musica e la sensibilità di compositore sono molto simili a miei.



JC: Cosa stai infine progettando a livello musicale per l’immediato futuro?


TO: A fine Novembre registrerò Ulika Revival su CD, il quale rappresenterà la nuova riunione della band ‘Tamara Obrovac Quartet’ con nuove reinterpretazioni dei brani dal precedente CD Ulika (che appunto era del 1998) in una nuova prospettiva artistica più matura. Su questo disco ho per la prima volta articolato la fusione di jazz con l’ispirazione dalla musica folk e dal dialetto istriano e dopo un bellissimo concerto l’anno scorso, abbiamo deciso di rinnovare questa collaborazione e abbiamo già tenuto dei concerti in Croazia, Slovenia, Germania, Serbia.



JC: E dopo Ulika Revival?


TO: All’inizio del 2013, in Febbraio, registreremo il materiale per il nuovo CD del Tamara Obrovac Transhistria Ensemble; dopo sette lunghi anni, facciamo un nuovo CD con questa ‘squadra’ e tutto questo mi fa tanto piacere. Il CD precedente fu con il quartetto d’archi, ma adesso ritorniamo al quintetto, la nostra formazione prediletta. Ugualmente, sto già preparando il quarto Valamar Jazz Festival di cui sono direttrice. Il festival prende luogo nella bellissima città di Parenzo, il palcoscenico centrale è proprio sulla spiaggia dell’isoletta di Sveti Nikola e ha già ospitato grandi del jazz come Dianne Reeves, Dave Holland, Tom Harrell, Richard Galliano, Enrico Rava, Fred Wesley, Hugh Masekela, Tania Maria, e molti altri meno noti, ma non meno interessanti.