A me piace il Sud. Roccella Jazz. Rumori Mediterranei

Foto: Gianmichele Taormina










A me piace il Sud. Roccella Jazz. Rumori Mediterranei

Roccella Jonica – 12/24.8.2017

A seguito della tragica scomparsa del sentore Sisinio Zito e del conseguente scioglimento della storica associazione, l’edizione numero 37 di Rumori Mediterranei ha visto quest’anno quale unico ente organizzatore il Comune di Roccella Jonica con l’esclusiva direzione artistica di Vincenzo Staiano. A quest’ultimo va tra l’altro il merito – ampliamente ricompensato dalla massiccia presenza di pubblico – di aver messo in atto un cartellone assai cospicuo nel giro di dieci giorni appena.


Ideata nel 1980, da allora ad oggi la manifestazione ha saputo sempre ben rispettare il carattere e i valori della mediterraneità quale rilevante crocevia multiculturale, raccogliendo le ispirazioni e gli svariati influssi sonori provenienti dai differenti luoghi del globo.


Tale credibilità artistica ha rappresentato i segni distintivi del programma 2017: cartellone diviso in due trance (il primo chiamato Jamming Around & New Talents, tenutosi dal 12 al 19 agosto) e, come sempre, dal 20 al 24 agosto, jazz internazionale e nazionale, nuovi e talentuosi musicisti locali, stelle della musica provenienti da molteplici territori “trasversali”.


Esempio di tali innesti è stata l’esibizione della Med Free Orchestra, un organico di diciassette elementi dai cui strumenti sono scaturite sonorità jazz, ska, reggae, rhythm & blues, soul, funky e perfino il rap, con testi sia in italiano sia in inglese, tra oud, percussioni africane, arabe e indiane, fisarmonica e ottoni inclusi. Un “melting pot” divertente e trascinante, apprezzato tantissimo dal generoso pubblico che ha affollato il Teatro al Castello.


Si intitolava invece Sound of Africa il progetto presentato dalla formazione di Claudio Cojaniz denominata Coj & Second Time. Il Maestro friulano ha rappresentato sul palco un ideale viaggio sonoro sviluppatosi in varie città africane offrendo un bellissimo e intrigante lavoro realizzato in collaborazione con la onlus di volontari Time For Africa. Cojaniz e i suoi musicisti hanno dato il meglio di se coinvolgendo l’ascolto verso l’evocazione di melodie fiabesche e nenie africane, rievocazioni blues e ipnotici canti arcaici, tra tradizione e multidimensionalità jazzistiche colorate da una bella happiness di fondo.


L’africa ancestrale e drammatica del jazz di espressione radicale e libera ha assunto la purezza e (talvolta) la violenza espressiva nel concerto del Roccella Quartet formato da Sabir Mateen, Alexander Hawkins, John Edwards e Steve Noble. Elevazioni primordiali dal valore istintivo eppure ben coordinato “nell’intero insieme” scaturito dall’energia creativa di questi quattro grandi interpreti della musica afroamericana ed eurocentrica.


Per diversi anni prestigioso fotografo ufficiale di Roccella Jazz, con il progetto Sulla Rotta delle Storie – Omaggio al Mediterraneo, il maestro del bianco e nero Pino Ninfa ha regalato al pubblico dell’Auditorium un concerto visivo dalla bellezza impressionante. Foto per lo più tratte dal suo inedito book incentrato prevalentemente sulle feste patronali, sui riti religiosi e le processioni di Calabria e Sicilia ma con innesti etnico-territoriali provenienti da altre regioni d’Italia, includendo la magia e il silenzio dei templi greco-romani. I meravigliosi gesti e le estreme devozioni, il sacrificio e l’incantesimo dei riti sono stati splendidamente sonorizzati e improvvisati da Nicola Pisani ai sassofoni e Vincenzo Mazzone alla batteria.


E a proposito di Sicilia, inevitabile è il riferimento a Johnathan Finlayson & Sicilian Defence, a Roccella in prima europea con il progetto Moving Still. Affermato trombettista nelle front line di Henry Threadgill e Steve Coleman, Finlayson ha saputo cogliere i concetti più astrusi e aperti del proprio tratto compositivo, sempre visionario, complesso e agilmente articolato. Incessante e notturnamente urbano, il flusso carico di tematiche indicate dal trentacinquenne trombettista californiano hanno messo in evidenza la lucida e dirompente liricità di strumentisti eccezionali come il pianista Matt Mitchell e i chitarrista Liberty Ellman.


Ma il festival, si sa, quest’anno era dedicato all’amore per il sud e principalmente a Rino Gaetano di risapute origini calabresi.


Ecco così arrivare la piccola carovana dell’Apogeo Quintet di Giovanni Tommaso con l’aggiunta della figlia Jasmine, vocalist applauditissima nel ripercorre canzoni celebri ma soprattutto meno gettonate composte dall’istrionico cantautore scomparso nel 1981. Bravi tutti: dall’inossidabile leader che con Gaetano pubblicò due Q-Disc col nome dei New Perigeo, a Daniele Scannapieco, Claudio Filippini, Alessandro Paternesi e Alberto Parmeggiani. Altro divertente omaggio al cantautore crotonese è stato poi quello di Pitagorino ad opera di Massimo Donà col suo trio senza contrabbasso e con guest Francesco Bearzatti insieme a Michele Polga e Davide Ragazzoni. Tanta profonda filosofia e citazioni che raggiungevano Ornette e Miles col finale di Ma il Cielo è Sempre più Blu.


Diversamente, di ben altro tenore è stata la toccante esibizione offerta da Luca Aquino. Reduce da un recente incidente, il trombettista beneventano ha raccontato con sincerità, umiltà e ironia il momentaneo stop artistico. Coadiuvato da una tromba Midi e affiancato dai validissimi partner Sade Mangiaracina (pianoforte) e Carmine Ioanna (fisarmonica), Aquino ha incentrato il proprio set interpretando sue classiche composizioni e nuove scritture tratte dal pregevole recente lavoro discografico: Aqustico Volume 2. Magia, atmosfere tenui e commovente generosità artistica hanno rappresentato un concerto dalle tinte tenui e rassicurati, tracciando per lo più suoni confidenziali carichi di grande tensione emotiva.


Sferzante di energica propulsione ritmica è stata invece l’esibizione della band di Antonio Faraò Eklektik, con Enrico Solazzo, Daniele Sorrentino, Lele Melotti ed i vocalist Ronnie Jones e Claudia Campagnol. Fusion moderna e dirompente dove il notevole virtuosismo di tutti ha generato eclettici e felici contasti per la creazione di un jazz elettrico dalle combinazioni davvero sorprendenti.


Apprezzatissimo, sino a condurre il pubblico alla danza sfrenata, è stato il concerto del James Taylor Quartet e, non vi erano dubbi, anche quello seducente e ammaliante di Antonella Ruggiero, splendidamente accompagnata dalla versatile inventiva pianistica di Mark Harris – in tempi lontani al fianco di Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè, solo per citare due nomi – e dal meno funzionale vocoder di Roberto Colombo.


Incentrata su celebri temi autografati da Thelonious Monk, Wayne Shorter, Dave Holland, Yusef Lateef e Charles Mingus, la doppia esibizione del Tino Tracanna Inside Jazz Quartet ha emozionato non poco all’Auditorium e al Teatro al Castello per la serata conclusiva della manifestazione. Un quartetto di alta levatura artistica e dalla dizione impeccabile ha regalato momenti di rara magia interpretativa, tra eleganti contrappunti e ispirati interventi solisti, elaborati con la scioltezza, la profondità e l’inventiva di maestri come Attilio Zanchi, Massimo Colombo, Tommaso Bradascio oltre che da un vero leader come Tracanna davvero superlativo.


All’Auditorium la seconda parte del cartellone si era aperta con il concerto di Facialized, audace progetto di Mirko Onofrio Red Basica, mentre presso la Chiesa al Castello – spazio facente parte di un complesso monumentale da poco restaurato – tra un mirabile gioco di variazioni tematiche dall’elaborata architettura elettrica, si sono esibiti i Raw Frame, reduci dal loro nuovo progetto discografico intitolato Side Sight inciso per la Naked Tapes, nuova etichetta battezzata dal creativo Gianni Barone.


Ultima considerazione merita Freak Out, folgorante omonimo concerto ispirato dal libro di Daniela Amenta, dedicato alla figura geniale, ribelle, ironica e provocatoria di Freak Antoni, compianto leader degli Skiantos e indimenticato artista del “movimento del ’77”.



Segui Jazz Convention su Twitter: @jazzconvention