
Camaye Ayewa: voce
Aquiles Navarro:tromba
Pasquale Mirra:vibrafono
Hamid Drake:batteria
Elektropark Festival, Genova – 6.6.2026
Foto: Andrea Gaggero
Da quattordici anni si tiene a Genova l’Elektropark Festival, rassegna musicale con il focus sulla scena musicale hip-hop, dub e soprattutto dj internazionale, che può riservare grandi, inattese sorprese. Nella presente edizione spicca una data, da far saltare sulla sedia, per la presenza di Camaye Ayewa alias Moor Mother con una formazione totalmente acustica.
Camaye Ayewa è oggi una delle voci più fresche, originali e potenti della scena improvvisativa di matrice afroamericana: musicista, poetessa, performer, attivista, voce e leader di quella magnifica formazione che risponde al nome di Irreversible Entanglement. La Madre Mora, figura mitologica, osserva il mondo per denunciarne le atrocità dei nuovi e vecchi razzismi. Shinkolobwe è il suo più recente progetto, presentato in anteprima in Italia lo scorso autunno alla Biennale Musica. A caratterizzare Moor Mother è la decisa/decisiva presenza dell’elettronica (live e preregistrata) unita al reading evocativo, sovente declamatorio, della Ayewa. All’Elektropark troviamo invece una formazione totalmente acustica che spostando gli equilibri, sonori e timbrici, lascia maggior spazio alla voce, non ce ne lamenteremo. Aquiles Navarro (tromba, corno, conchiglia, percussioni), Pasquale Mirra (vibrafono e percussioni) e Hamid Drake (batteria e tamburo) sono i musicisti di questa inedita, raffinatissima, formazione in cui, come in un’Art Ensemble del XXI secolo, assistiamo ad una moltiplicazione di timbri e strumenti, in un gioco continuo di rifrazioni e rimandi tra testo poetico e suono. Quanto tempo abbiano avuto per parlarsi e provare non è dato sapere, presumiamo poco o nullo, lascia così stupefatti l’umiltà e la capacità di ascolto reciproca, la grande coerenza e la fluidità di uno spettacolo ampiamente improvvisato. Particolarmente efficace e centrato è parso il contributo di Aquiles Navarro, che ha anche dato diverse coordinate musicali al gruppo, non stupisce data la più che decennale collaborazione con la leader. Tale conoscenza e fiducia reciproca ha permesso a Navarro di: stare in silenzio per quasi tutta la prima parte, usare piccole percussioni, poi corni d’osso, una conchiglia, il microfono in risonanza come strumento elettronico e infine la tromba. Shinkolobwe é «uno scavo sonoro del trauma, della resistenza e della violenza residua del capitalismo estrattivo.» Scavo ed estrattivo paiono termini quanto mai centrati perché quella di Shinkolobwe è la miniera che ha fornito agli Stati Uniti la maggior parte dell’uranio per la produzione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Nella narrazione multistrato di Camae Ayewa i piani, temporali e spaziali si intersecano e il Congo Belga di ieri, con lo sfruttamento della popolazione e della natura a fini bellici, è simbolo di antichi e nuovi razzismi, antiche e nuove violenze. Così uno degli innumerevoli teatri del secolare colonialismo capitalista di rapina, diviene metafora dell’America di oggi mentre la guerra e la bomba atomica, scomparse dall’orizzonte politico e culturale dell’occidente per alcuni decenni, tornano presenti. Il concerto inizia in sordina con le percussioni di Mirra e Navarro e la batteria di Drake, grande maestro dello strumento, e la Ayewa a ripetere ostinatamente «Who will win? And who will die?» con quella capacità unica di evocare e condensare di fatti e pensieri. Nella seconda parte, ma è forse inutile voler distinguere un flusso ininterrotto di musica e poesia, il focus è più chiaramente incentrato sulla storia di Shinkolobwe e del contributo, paradossale, degli africani alla costruzione della bomba per tramite della schiavitù. Qui la musica riesce solo in parte a rendere i toni per quanto si siano fatti drammatici e dolorosi. Abbiamo alfine assai apprezzato la scelta, non crediamo obbligata, di strumenti acustici prevalentemente percussivi che, grazie alle meraviglie dei tre, ha permesso un rimando più semplice e diretto alla Shinkolobwe di un secolo fa.
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