Slideshow. Federica Michisanti

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Slideshow. Federica Michisanti


Jazz Convention: Così, a bruciapelo chi è Federica Michisanti?


Federica Michisanti: La prima definizione che mi viene in mente a bruciapelo… una persona alla ricerca della propria essenza e che cerca di farlo anche attraverso la musica.



JC: Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?


FM: A parte mio padre che canticchiava le canzoni dei Beatles quando eravamo in auto, se ci penso, mi tornano chiaramente in mente due motivi che ascoltai in due film: “Que sera sera” in un film di Hitchcock e “Amazing Grace”.



JC: E del jazz in particolare?


FM: Il jazz l’ho scoperto a vent’anni, quando iniziai a studiare musica. Sicuramente ne avrò ascoltato anche prima nei film e nei cartoni americani, ma non ero cosciente che fosse jazz. E nei dischi di Sting, che amavo particolarmente, senza saperlo ascoltavo dei grandissimi jazzisti. Come pure, senza sapere che fosse un gigante del jazz, comprai “The Koln Concert” di Keith Jarrett perché un amico, ai primi tempi dell’università, aveva suonato il tema del primo movimento di questo concerto.



JC: E il tuo primo acquisto in fatto di album jazz?


FM: Il primo disco di “jazz” che invece ho comprato consapevolmente è “Conference of the Birds” di Dave Holland, perché avevo sentito parlare di questo contrabbassista nella scuola di musica che frequentavo. Certo, non sapevo che questo disco in particolare fosse jazz d’avanguardia e fui molto sorpresa ma, al tempo stesso, molto colpita dalla musica che vi era incisa.



JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una musicista?


FM: Ho capito di essere interessata alla musica da piccola, quando alle scuole elementari ci chiesero chi voleva far parte della banda musicale suonando la melodica e dentro di me sentii proprio con esultanza che io lo volevo. Lo strumento che mi attirava di più nella banda era la batteria. In realtà però mi sento “musicista” da relativamente poco tempo, cioè da quando ho cominciato a scrivere e suonare la mia musica. E direi che sento di non avere altra scelta perché, a parte il disegno, non saprei di cosa altro mi potrei occupare.



JC: E in particolare perché proprio una contrabbassista?


FM: Ho iniziato col basso elettrico perché all’università dei ragazzi che suonavano musica loro avevano bisogno di un bassista. Io suonavo un po’ la chitarra ma vidi in questa richiesta un’opportunità per dare più spazio nella mia vita a un’attività che mi piaceva molto, cioè suonare. Il contrabbasso è arrivato parecchio dopo. Il motivo è stata una scelta di suono. Avevo appunto scoperto il jazz e cominciavo ad appassionarmi a questa musica, per cui cominciai a sentire l’esigenza di un suono acustico e che sentivo più adatto a quello che avevo in testa.



JC: Ma ti senti più compositrice o contrabbassista?


FM: Sento che la composizione è una cosa che accade con molta facilità e penso che sia una mia caratteristica più immediata, anche se l’ho scoperta molto dopo l’aver iniziato a suonare uno strumento. Per ora tutto quello che scrivo è frutto di conoscenze spontanee, ma mi piacerebbe intraprendere degli studi di composizione per potermi definire una compositrice a tutti gli effetti.



JC: Mi parli del tuo disco Isk? Iniziamo dal titolo?


FM: Isk (o Ishq) vuol dire Amore in Arabo. In una cultura mediorientale viene utilizzato anche come saluto, augurio oltre ad indicare la connessione con il divino, che altro non è che la connessione con se stessi. L’ Amore è una forza capace di coinvolgere completamente l’anima umana e di creare vita, sia in senso letterale che in senso lato. E per questo fornisce ottime opportunità per entrare in contatto con se stessi. Per questo motivo ho scelto questa parola in questa lingua.



JC: E dal punto di vista formale?


FM: Il disco contiene otto mie composizioni e quattro improvvisazioni estemporanee. Hanno suonato con me Simone Maggio al piano (con il quale ormai collaboro da diversi anni e che veramente fornisce particolarità unica alla mia musica con il suo eccezionale pianismo del tutto personale) e un altro grande artista, Matt Renzi (sax tenore, clarinetto basso, oboe e corno inglese). Il disco è stato pubblicato lo scorso gennaio dalla Filibusta record.



JC: Giusto dire che in molte parti dell’album si avvertono decise influenze colte (o classiche)?


FM: Ho ascoltato molto Debussy, Ravel, Satie, Rachmaninov, Bach… quindi direi di sì, anche se non è stata una scelta stilistica, quanto più un qualcosa che è dentro di me e che esce necessariamente in questa veste.



JC: Alla fine (o all’inizio) cos’è per te il jazz?


FM: Una maniera per esprimere me stessa.



JC: Al di fuori dello stereotipo della cantante, è difficile essere donna nel jazz oggi?


FM: Penso sia difficile essere donna in genere in una cultura che per me è ancora fondata sul concetto della donna in funzione dell’uomo. In superficie viene promulgata un’illusoria parità dei sessi. In realtà secondo me, in maniera silenziosa ed implicita, viene ancora “trasmessa” in tanti modi e a diversi livelli di percezione l’idea della “donna appendice”. Ed anche le donne che ricoprono dei ruoli importanti lo fanno con una modalità maschilista. Ma ho l’impressione che siamo in una fase storica di “risveglio” delle coscienze individuali e della coscienza collettiva, anche se si cerca a maggior ragione di inebetire gli individui in tutti i modi. E questo risveglio porterà cose buone.



JC: Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla tua musica?


FM: Soprattutto uno: quello di cercare di essere il più possibile fedeli a se stessi. E quello che vorrei trasmettere a chi ascolta oltre, spero, ad un senso di benessere, è onestà intellettuale.



JC: E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?


FM: Non sarei in grado di sceglierne uno solo. Quindi tanto varrebbe portarne uno che non ho mai ascoltato, almeno avrei un po’ di novità per un po’ di tempo!



JC: Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?


FM: Nella musica metterei al primo posto i dischi come maestri fondamentali! Ma anche i Maestri Gianfranco Gullotto, Luca Pirozzi e Andrea Pighi. Nella cultura, filosofi come Socrate, Kirkegaard, Schopenauer… scrittori come Kafka, Pirandello, Orwell, Dostoevskij… artisti come Caravaggio, Leonardo, Munch, Van Gogh e gli Impressionisti. Nella vita direi che il più grande maestro è l’esperienza. Ma questo l’ho imparato da un altro maestro che ho incontrato anni fa e che mi ha instradato in un percorso di conoscenza di me stessa.



JC: E i contrabbassisti che ti hanno maggiormente influenzato?


FM: Posso dire quali sono quelli che ho ascoltato molto e che mi piacciono particolarmente, che sono: Scott La Faro, Charles Mingus, Charlie Haden, Ray Brown… sicuramente ne dimentico qualcuno!



JC: Come vedi la situazione della musica oggi (in Italia)?


FM: Per fortuna cominciano ad esserci delle associazioni (vedi il Midj) che cominciano ad occuparsi della tutela del musicista, altrimenti si potrebbe quasi dire che la musica non è quasi considerata una professione qui in Italia!



JC: Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?


FM: Un secondo trio, con la batteria. Con Simone Maggio al piano ed Emanuele Maniscalco alla batteria. Già abbiamo fatto un paio di concerti. Suoniamo mie nuove composizioni, alcuni arrangiamenti molto personali di standard jazz che amo in particolar modo, ma molto spazio è lasciato all’improvvisazione estemporanea.