La trappola del colore. “Che razza di musica”: il nuovo libro di Stefano Zenni

Foto: la copertina del libro










La trappola del colore. “Che razza di musica”: il nuovo libro di Stefano Zenni

EDT – 2017

I libri di Stefano Zenni hanno la prerogativa di aprire dibattiti, suscitare reazioni, perché muovono da prospettive solitamente inconsuete, poco praticate e mettono in discussione, così, significati acquisiti, punti su cui si registra una grossa convergenza di opinioni. Anche questo “Che razza di musica”, agile saggio di 170 pagine, non è da meno e intacca sicurezze, mina alla base determinate convinzioni, esprimendo subito un’affermazione di notevole spessore. «Le razze non esistono… sono un’invenzione culturale e storica.»


Da questa premessa fortemente connotata, Zenni parte per esplicitare il suo ragionamento andando ad esaminare le origini della discriminazione, il piano legislativo riguardante la segregazione razziale, i rapporti fra le varie etnie negli Stati Uniti d’America e solo in seguito le problematiche relative alla vita artistica. Il musicologo abruzzese sfodera una serie impressionante di citazioni, a sostegno delle sue tesi, riuscendo alla stessa maniera ad essere leggero e comprensibile. Vengono esposte questioni riguardanti le differenze fra neri e neri, con il riconoscimento di una preminenza di quelli con la pelle più chiara. Da qui tutta una serie di tentativi per transitare dall’altra parte, per progredire nella scala sociale, con un procedimento chiamato “passing” abitualmente utilizzato dagli afroamericani per farsi credere bianchi, ma in qualche situazione adoperato anche in senso opposto. È il caso, ad esempio, del clarinettista Mezz Mezzrow, passato sulla sponda degli uomini di colore per un’ammirazione incondizionata per gli ex-schiavi e perché «il vero jazz può essere suonato solo dagli afroamericani…»


L’esempio più clamoroso e recente di passing (sempre nel verso più comune) è quello di Michael Jackson, arrivato a “sbiancare” la sua epidermide attraverso una serie consistente di interventi chirurgici.


È analizzato, poi, il complesso rapporto fra ebrei e africano-americani fra leggi di mercato e commistione fra i generi. In specie viene inquadrata la figura di George Gershwin, compositore capace di fondere «le carte blues e il lamento ebraico», accusato da molti di aver scippato ai neri il cuore della loro musica e, invece, di contaminazione in contaminazione, ispiratore lui stesso delle suite, delle rapsodie di nomi quali James P. Johnson o dello stesso Duke Ellington. Il debito viene saldato, a gioco lungo. Sta di fatto che l’integrazione musicale ha anticipato sovente le normative vigenti. In epoca di segregazione sono stati registrati dischi in cui si sono “mischiati” i colori, oppure si sono formati, prima della seconda guerra mondiale,. gruppi misti di grande riscontro popolare come il quartetto di Benny Goodman, nero a metà.


Anche gli italo-americani hanno stabilito correlazioni con i jazzisti coloured, in virtù del fatto che il colorito olivastro, in un primo tempo, li assimilava a chi viveva “segregato” e, quindi, gli stessi occupavano un posto di secondo piano nella considerazione pubblica. In seguito essi furono riconosciuti come bianchi, negli anni cinquanta e contribuirono comunque non poco allo sviluppo del jazz dalle origini in poi, con fior di musicisti, da Eddie Laing a Joe Venuti, da Lennie Tristano a Jimmy Giuffre a tanti tanti altri.


Uno dei capitoli più importanti del libro riguarda il nazionalismo nero. Negli anni sessanta, intellettuali come Amiri Baraka indicarono nell’Africa «la matrice dei valori resistenti e un riferimento costante» con una separazione netta «dal mainstream bianco». Secondo Zenni questo atteggiamento è sicuramente servito a compattare la comunità afroamericana e ad alimentare l’orgoglio “black”, ma si fonda su una visione inventata del continente nero, distante dalla realtà. Gli schiavi provenivano, infatti, da realtà parcellizzate e non da un’area coesa culturalmente e socialmente.


Il concetto di BAM, Black American Music, allo stesso modo, pompato a dismisura da Nicholas Payton e Wynton Marsalis, a difesa della purezza monolitica della musica afroamericana contro ogni possibile inquinamento “razziale”, appare difficile da difendere, dopo che per tanti anni sono avvenute infiltrazioni di altre culture ad arricchire lo stesso jazz e i generi confinanti.


La conclusione di Zenni è quanto mai coerente con l’andamento della sua trattazione. «la musica africano-americana è creata dai neri, ma non appartiene solo ad essi». Essa implica processi di inclusione multiculturali ed è aperta al contributo di uomini della più diversa provenienza.


Che razza di musica, come detto, è un testo che pone interrogativi e fa oscillare certezze. Ad ogni buon conto è difficile contestare, ad esempio, a gruppi come l’AEOC la legittimità di essersi appropriati del marchio di “Great black music”, compiendo magari un’operazione anti-storica, poggiante su basi deboli e confutabili. Se anche così fosse , resta la potenza di un messaggio tale da supportare una comunità di artisti, uniti sotto questo tipo di bandiera, non per costruire barriere bensì al fine di sviluppare un’estetica di parte, ma non parziale.



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