Tommaso Starace Organ Trio – Live at the Beaver Inn

Tommaso Starace: sax alto

Martin Jenkins: organo Hammond

Pip Harbon: batteria

Dodicilune Dischi – Ed619 – 2026

Tommaso Starace nel corso degli anni ha inciso diversi dischi che ne hanno delineato la sua personalità di musicista dedito all’improvvisazione, con un suono diretto e d’impatto. Un sassofonista dotato di personalità che ama svariare dal bop all’hard bop al jazz contemporaneo. Padrone dello strumento, è anche bravo a comporre seguendo una personale linea impressionista e melodica. Live at the Beaver Inn è il suo ultimo disco registrato in Inghilterra, luogo in cui risiede da anni. La novità è che gli sono accanto due musicisti inglesi Martin Jenkins all’organo Hammond e Pip Harbon alla batteria. I tre suonano insieme da parecchio tempo e l’intesa è palese e telepatica. Il disco è stato registrato dal vivo e documenta le capacità del gruppo di suonare una musica intensa, carica di groove e improvvisata La ritmica possiede una forte dose di soul e crea un tappeto sonoro propulsivo sul quale si libra Starace con l’alto. Quello che si apprezza molto di questo disco è la spontaneità, la voglia di comunicare musica e allegria. Non c’è nulla di cerebrale ma solo la forza innata e spontanea del jazz che cattura più i corpi che le menti. Il repertorio è fatto di standard ma la novità è che sono suonati con un atteggiamento estremamente moderno. Non c’è nostalgia nella loro musica. Si vuole essere personali e moderni usando materiali del passato. È così che comincia il disco, con il furore del sax di Starace in We See di Monk. Dietro di lui una locomotiva che ribolle e spinge, sbuffa vapore e ritmi. E la musica procede ancora con forza nell’esotica Groovy Samba di Sergio Mendes. Firm Roots di Cedar Walton vede al centro il sax di Starace che con l’alto fa delle acrobazie non facili da eseguire con quello strumento. L’assolo di Harbon alla batteria ci ricorda che siamo ai confini del bop e che tutto è permesso. In Stablemates di Benny Golson spiccano le capacità dei singoli di improvvisare, interloquire e performare in solo. Ancora suoni esotici con Fungii Mama di Blue Mitchell. Il calypso del trombettista americano qui viene sviscerato, europeizzato e sottoposto ai trattamenti personalizzati dei soli. I tre dimostrano che si possono suonare standards senza sclerotizzarsi attorno al loro mood. Basta “aggredirli” con passione e rispetto, raccontando la propria versione che altro non è se non un condensato personale di sentimenti, sensazioni e Voyage(s) tra le note.


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