John Butcher. Imparare la libera improvvisazione

John Butcher: sax soprano, sax tenore

Chiesa di S. Remigio, Parodi Ligure (AL) – 15/20.7.2026

Foto: Giulia Pastorino

John Butcher è un sassofonista inglese d’avanguardia, per intenderci, della scuola di pensiero di Derek Bailey, con il quale ha inciso, che ha suonato pure con personaggi-ricercatori di alto livello del Regno Unito e del Vecchio continente, quali Steve Beresford, Joe Mc Phee, Kaja Draksler e tantissimi altri.

Non sono molte le occasioni di ascoltare il musicista dalle nostre parti. Provvidenzialmente la benemerita Casa della Musica S. Michele di Montaldeo ospita il maestro britannico per un workshop sull’improvvisazione per quello che potremmo definire un evento.

Il 15 luglio, alla conclusione della prima giornata del workshop, John Butcher si esibisce in completa solitudine nell’abbazia di S. Remigio, già sede gli anni precedenti, di gloriose performances in solitaria di Joelle Leandre ed Ernst Reijseeger.

Il sassofonista ha inciso nel 2026 il cd in solo “Away I was”, ma sono parecchi i cd a suo nome, registrati senza altri partners nel corso degli anni.

Butcher si presenta in scena con il sax tenore e parte dal silenzio completo per giungere al rumore appena percepibile delle chiavi percosse dalle sue dita. Poi si ascolta un soffio, non ancora articolato, fino alla rivelazione di note aggrovigliate, a costituire vere e proprie bordate che rimbalzano sulle pareti dell’edificio. Da qui in poi si alternano fraseggi sghembi, polifonici, battimenti, schiocchi e sequenze accidentate, in cui il sassofonista fa un uso sapiente della respirazione circolare. La musica procede con movimenti spiraliformi, fra tensioni e distensioni, il tutto sorretto da una logica interna stringente. Butcher non butta lì le note a caso, insomma. C’è dietro una regia che regola il flusso sonoro, magari definita sul momento.

Dopo circa mezz’ora Butcher passa al sax soprano. Il menù non cambia molto Siamo di fronte ad un saggio di tecnica eterodossa sui sassofoni, a servizio di un’idea musicale precisa. Nell’ultima parte dell’esibizione, infine, si ammira la capacità del musicista di riprendere il canto degli uccelli, andando a sondare le risorse estreme, in alto, del suo strumento, fra fischi, squittii, stridii spettacolari e di notevole effetto.

Il concerto si conclude felicemente dopo un’ora. Si ritorna al silenzio iniziale. Ce n’è abbastanza, però, per riconoscere gli elementi (in)definiti della poetica di un personaggio sui generis come John Butcher, probabilmente un sottovalutato d’eccellenza.

Gianni Montano

Avendo potuto assistere ad un pomeriggio della settimana del workshop di John Butcher abbiamo rilevato come l’impegno del sassofonista sia stato fondamentalmente quello di mettersi in ascolto per comprendere i blocchi, le difficoltà e le riserve di alcuni, cercare di mettere in relazione d’ascolto tra di loro gli otto giovani partecipanti, sperimentare le diverse possibili combinazioni di personalità musicali diverse; far comprendere l’importanza della forma e dello sviluppo in una musica apparentemente informale, mettere in risalto i momenti o le parti riuscite.

A conclusione del workshop nel concerto finale degli allievi, nella sconsacrata chiesa di S. Remigio di Parodi Ligure, come di consueto, si sono potuti apprezzare i risultati del lavoro svolto e avere così ulteriori illuminazioni sulle possibili metodologie e pratiche della libera improvvisazione. Riportiamo qui, ampiamente, la breve presentazione di John Butcher in apertura di concerto.

«Durante questa settimana di workshop il mio primario compito è stato quello di (…) incoraggiarli a scoprire quale fosse la propria musica e poi a trovare il modo di utilizzarla con altre persone in modo collaborativo. Non basta semplicemente avere qualcosa che si è sviluppato da soli e che si ritiene prezioso nell’improvvisazione; bisogna essere in grado di plasmarla, modellarla, modificarla e adattarla alla situazione in cui ci si trova».

La libera improvvisazione «(…) è una delle poche forme d’arte in cui il processo creativo è, in primo luogo, genuinamente collaborativo e, in secondo luogo, strettamente legato all’unicità di ogni situazione. Rispettare l’unicità di ogni situazione, credo, sia una delle lezioni più importanti che si possano trarre dal suonare musica improvvisata. E questa è certamente un’occasione unica. È una situazione unica, organizzata da persone straordinarie in una cornice altrettanto straordinaria. Dopo aver suonato per cinque giorni alla Casa, tutti sono in un certo stato d’animo, e spero che stasera riusciremo a trasmetterlo anche in chiesa». È forse inutile sottolineare il miglioramento del livello di collaborazione tra i musicisti, la aumentata coerenza nello sviluppo timbrico/dinamico e della forma generale dei brani. Non sembrano invece inutili queste metodiche e pratiche di una musica che oggi dovrebbe essere storicizzata e che invece, da un certo momento in poi, ha scisso ogni legame con le frange più libere della tradizione afroamericana, e viceversa. Riteniamo invece che questi due mondi musicali, oggi separati, abbiano ancora tanto da offrire l’un l’altro; i rari esempi di incontro e interscambio che ricordiamo ci sono parsi assai fruttuosi.

Andrea Gaggero

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